lunedì 30 novembre 2015

MAI DIRE TREKKER

    "C'è qualcosa di ancora più grande di Star Trek stesso, ed è la vita dei trekker" diceva un fan di Star trek, intervistato a una convention italiana nel film TREKKIES 2 (PARAMOUNT PICTURES 2004).
    Qualche anno prima, nel 2001, quello stesso fan aveva scritto un articolo sostenendo che “come la nostra serie televisiva e cinematografica preferita si presta a diversi livelli di lettura, narra di civiltà innumerevoli e differenti e di numerosissimi personaggi caratterizzati da personalità singolari, e vanta oramai una sterminata mole di materiale filmico, cartaceo, digitale, sonoro etc. etc. , così il panorama del fandom di Star Trek appare composto da tipi umani con caratteristiche quanto mai diverse”. L’autore proseguiva poi la sua dissertazione compiendo “un primo tentativo di elencazione dei tipi umani incontrabili nell'ambito delle forme di vita definite con l'unico termine di "trekker” e stilava un elenco di “tipi” di fans. A distanza di 14 anni, quello stesso articolista-fan, compie qui un secondo tentativo di liberare il riduttivi termini "trekker" o "trekkie" (accomunanti in una unica sintetica definizione l'appassionato della nota saga fantascientifica), e vi presenta la versione 2015 dell’articolo “Si fa presto a dire trekker”, oggi intitolato “Mai dire Trekker”, perché è passata tanta acqua sotto i ponti, e anche sopra.

IL TREKKALE
Studioso entusiasta della materia Trek. Guarda Star Trek solo in lingua originale. Non registra telefilm dalla TV, compra i bluray americani. Legge i libri Trek americani. Non ama interloquire con altri fans che non raggiungano il suo livello di competenza. Se i Romulani osservano le altre razze ritenendole inferiori, lui gli altri fans non li osserva neppure.
Non dice "Gene Roddenberry". Dice "Gene". Non dice "William Shatner", dice "Bill". Non dice "Amo Star Trek", dice delle frasi incomprensibili di cui si capisce solo "Star" e "Trek".. Poi scrive. Racconti, romanzi, articoli, da far leggere nei social ai lettori italiani. Ma li scrive in inglese. Ma non lo fa per fare il figo che sa l’inglese, gode proprio nel fatto che i pochi che leggerebbero volentieri le sue cose non ci capiscano quasi nulla, fermi, come tanti, a “the pen is on the table” e “What is this? This is a book”.
“Ma davvero, caro amico, hai scritto un racconto di fantascienza? Quando posso leggerlo?”
“Quando qualcuno lo tradurrà in italiano, se non vuoi leggerlo in inglese”
“Ma perché non lo scrivi tu in italiano?”
“Io quando scrivo, penso inglese”. Va così, amici, Del resto in Russia le rockstar sono Cutugno e Al Bano e cantano in italiano.

IL TREKKOFILO
Ama tanto parlare di Star Trek con tutti. Con i colleghi, con i familiari, con gli amici.
Le sue dissertazioni sulle tecniche di assimilazione dei Borg e sul motore a curvatura farebbero addormentare un Vulcaniano in pieno Pon-Farr che ha bevuto otto caffè, ma lui continua a propinarti i suoi commenti alle manovre dei piloti delle navette, agli usi e costumi dei Ferengi, alle tecniche di tortura cardassiane, alle quali vorrebbero volentieri sottoporlo i suoi ascoltatori, due o tre volte, con l'aggiunta di una bath'let infilzata nel basso ventre alla maniera klingon e due bei calci nei denti alla maniera terrestre. “Condivide” una notizia Trek su sei gruppi facebook e su twitter, una foto trekker su otto gruppi e nove pagine e tre profili e 32 bacheche Facebook, e poi su Linkedin, instagram, pinterest, Google+, Whatsapp, Messenger, Skype, Wechat, Spic&Span.  

IL TREKKANTE
Dedito saltuariamente alla fruizione del materiale Trek, che alterna ad altre sue passioni (ad esempio i Manga, il cantante Minghi, il Bingo, il Pongo, la marcialonga, i viaggi in Congo o la pizza ai funghi), non è spesso in grado di ricordare personaggi, attori e trame di Star Trek in maniera precisa, ma vuol lo stesso intervenire in discussioni sul tema, giungendo spesso a doversi arrampicare sugli specchi per proseguire il dialogo con altri fans.
Negli anni ’90 registrava episodi di Deep Space Nine, Voyager, X-files e Baywatch nella stessa cassetta, solitamente una E240 da duemilaecinquecento lire. La cartella "Star Trek" nel suo computer serve per depistare i curiosi. All'interno di essa le immagini di Miley Cirus  prevalgono su quelle dell'Enterprise. Oggi lo riconosci subito alle convention di Star Trek, porta la sciarpa del Dr.Who versione variopinta, ha tanti gadget di ambedue i tipi: Tardis e Dalek. Esulta nel vedere dal vivo Siddig alla Sticcon. Il leggendario Dr.Bashir di DS9? Macchè, è uno che sta sul set del Trono di Spade!


IL TREKKISTA
Ha tutti gli episodi. I telefilm. I cartoni. I film. Tutti in VHS. Tutti in DVD. Tutti in Bluray  ,E conserva il tutto in una stanza deumidificata che fa benedire periodicamente dal parroco.
I ritardi editoriali e postali della "rivista del club dei fans" lo fanno cadere in lunghi periodi di depressione; il giorno che a tutti gli iscritti al club furono spediti (per recuperare i ritardi) due numeri della rivista in una sola volta, ebbe una preoccupante tachicardia da euforia e un imbarazzante orgasmo.
Avrebbe voluto chiamare i suoi figli Kirk e Uhura, ma la moglie glielo ha impedito. Poi ha lasciato la moglie e adesso vive con il cane Roddemberry e la gatta Majel.

IL TREKKARO
Si è fatto un sacco di amici grazie a Star Trek. Partecipa a tutte le riunioni di fans di Star Trek della sua regione, a tutte le serate in pizzeria dei gruppi Trek della sua città, non manca mai alle gite in montagna del gruppo dei fans di Star Trek della sua zona.
Ha visto soltanto una volta solo mezzo episodio di Star Trek, ma si ricorda che gli è molto piaciuto.
Ultimamente fa il Cosplayer, si mette il costume della serie classica e si fa fare le foto con la spada laser in mano, .

IL TREKKITICO
Ha visto tutti gli episodi di tutte le serie. Di ciascuno ha disprezzato la pochezza e la poca originalità della trama, la mediocrità degli attori, la banalità dei temi trattati. Scrive lettere alle fanzine cartacee e virtuali, partecipa ai Forum e alle Chat sul web, è iscritto a molte Mailing List Trek, si reca alle convention, e in tutti questi ambiti disprezza ogni pezzo di quella che si ostina a chiamare "la mia serie preferita". Tutto ciò è avvenuto per anni in maniera, tutto sommato, soft. Poi la saga ha trovato nuova vita con il reboot di JJA e il trekkitico ha capito qual era lo scopo della sua vita. In qualunque discorso, in qualunque gruppo reale o virtuale di fans di letteratura fantascientifica, di qualunque cosa si parli, lui interviene per dire che “Il futuro ha inizio” e “Into the Darkness” non gli piacciono. Su quest’ultimo ha cominciato a parlarne male e ad auspicarne il flop quando avevano appena cominciato a girarlo. Il trekkitico si alza la mattina per timbrare il cartellino del suo ruolo, della sua missione: veloce, pronto, mai domo, deve demolire verbalmente chi negli ultimi anni lavora per Star Trek. Su ogni social, su ogni mailing list, su ogni gruppo. Crea gruppi sui social dove combatte la sua missione contro ciò che per lui non è Star Trek anche se c’è scritto Star Trek. Perché lui ama Star Trek, dice. Peccato non possa più avere un minuto per vederlo, è troppo impegnato a insultare Abrahms e i suoi fans, anche quando non parlano di Star trek.
“Ho visto l’ultimo episodio di Arrow, non mi è piaciuto perché…”
“Osi tu parlar male di Arrow dopo che ti sono piaciuti Simon Pegg e Zoe Saldana in Star Trek?”

IL TREKKATO
Da piccolo gli facevano vedere Star Trek solo se aveva finito i compiti. Da grande vorrebbe conoscere altri fans come lui, ma ogni volta che gli parlano di convention a Bellaria o a Riccione dice che sono posti troppo lontani, che sarebbe ora che qualcuno si decidesse a fare una bella convention non in posti così difficili da raggiungere, ma vicino casa sua: Cesena (o anche San Marino, fate voi). Perciò interagisce con i fans sui social. Interviene su tutti i gruppi Trek su Facebook, si arrabbia quando gli altri parlano di bomboloni, sfilate di costumi. Lui vuole parlare di Star Trek, non dei perdigiorno che vanno così lontano a fare quello che si può fare seduti a casa propria, davanti alla TV, con facebook, con 4356 amici. Con nessuno di questi ha mai mangiato una pizzetta.

IL TREKKASSICO
Fan della serie classica, ritiene apocrife e blasfeme tutte le serie correlate seguenti, per lui Picard è un impostore e Janeway una gallinacea, e vorrebbe vedere Sisko in fila all'Ufficio di Collocamento.
Per lui i telefilm di Star Trek sono 79 e i film sei e mezzo. Tutto il resto non c’è. Di Enterprise non se ne è accorto. Degli ultimi film non glielo abbiamo ancora detto.

IL TREKKONE
Colleziona tutto ciò che a che vedere con Star Trek. Oggetti, gadgets, vestiti, libri, videocassette, CD-ROM, DVD, CD-Audio, BLURAY, penne USB, spille, borse, tutto quello che riguarda la serie.
Venderebbe sua madre per le orecchie posticce di Spock.
Le aste su Internet, gli annunci su riviste amatoriali, i negozi specializzati, esistono grazie a persone come lui, che vivono in una piccola stanzetta in una grande casa piena di oggetti Trek. Il suo urlo "Devo averlo!" fa rabbrividire i familiari, che continuano ad amarlo anche se lui li osserva come oggetti ingombranti.

IL TREKKONZO
Ha tutti i DVD di Star Trek. Glieli hanno prestati, non li restituisce mai, deve rivederseli.
Alle Convention di Star Trek lo riconoscete: è quello con il costume che gli avete prestato tre anni fa "per una sola sera".
Organizza riunioni a casa degli altri. Tutti portano cibi prelibati, nuovi libri, interessanti riviste, avvincenti giochi. Lui porta l'acqua da bere e si porta a casa libri, riviste, la collezione di videogiochi Trek e la moglie del padrone di casa.
Ha un sito Trek con materiale preso dagli altri siti, raggiungibile da chiunque chieda ai motori di ricerca "Decoder", “Torrent”, “Emule”, "Miley Cirus Nuda", "Pokèmon", o "Truccare la Playstation".

IL TREKKESE
Aderisce alla weltanschauung  di una delle razze presenti nelle storie della saga, condivide i principi di essa, spesso pratica usi e costumi della razza in questione, fino al punto (nei casi estremi) di fare di tutto per partecipare ad occasioni sociali nelle quali interpretare l'alieno preferito anche nel vestiario e nelle fattezze.
Avremo così il trekkese vulcaniano (fermo seguace dei principi della logica), il trekkese klingon (che regola la propria vita con spirito da guerriero), il trekkese ferengi (che si comporta come un ligure)... e così via.
Con naturalezza afferma "Sono una Trill", "Sono Tizio di Cardassia" etc. etc. L'interlocutore non avvezzo a questo genere di abitudini può a volte porre domande del tipo "Cardassia? In provincia di...?", ma viene guardato con commiserazione.

IL TREKKATICO
Di Star Trek sa tutto, anche quello che la maggioranza non sa ancora. Perennemente collegato a Internet alla ricerca di indiscrezioni, anticipazioni, pettegolezzi, rumors, è sempre più informato, e sempre più detestato da coloro che non vogliono conoscere in anticipo i rumors sul tredicesimo film. 

IL TREKKOTA
Con la bocca semiaperta contempla i telefilm di Star Trek con stupore entusiasta, anche se non capisce perché in certe puntate il capitano è donna, in altre è un tizio calvo, in altre ancora è un uomo di colore e l'astronave ha una forma di ciambella e non si muove mai. Sa cosa è un Vulcaniano: è un Ufficiale di Plancia che a volte si trasforma in un afro-americano e a volte ha fattezze europee. Anche una puntata di "UFO" non vista sin dalla sigla iniziale viene reputata una storia di Star Trek. Saluta gli altri appassionati al grido di "Che la forza sia con voi!", spesso convinto che la risposta debba essere "E con il tuo Spirito".
Alcuni trekkoti credono che Sette di Nove venga interpretata da Anna Falchi, taluni sostengono che la migliore puntata sia quella dove il computer HAL 9000 impazzisce e fa fuori tutti, tranne Kirk che si salva e torna su Base Alfa.

Ovviamente la classificazione potrebbe continuare all'infinito, ma preferiamo che queste righe siano più una esemplificazione della variegatezza dell'ampia cerchia degli appassionati di Star Trek, piuttosto che un elenco esauriente dei tipi umani che semplicisticamente vengono confinati nella definizione di "trekkers".

Lunga Vita e Prosperità.

Francesco Spadaro
IL TREKKONICO
Ama la saga di Star Trek e ama stupire e divertire gli altri fans con scritti che mischiano le avventure dei suoi personaggi favoriti all'umorismo e alla satira di costume. 
--------------------------------------
 (Articolo pubblicato sul numero 176 di "Inside Star Trek Magazine" - Maggio 2015). 
Articolo vincitore del Premio Italia Edizione 2016,
Categoria: "Articolo su pubblicazione professionale"
------------------------------------------------------------

mercoledì 16 settembre 2015

IL MiPiacismo

    C'è ancora posto per essere in un modo che difficilmente smetteremo di essere, perché convinti che manifestare un disagio attraverso la satira sia un modo di operare la correzione fraterna?
    Posso ancora credere che parlare di ciò che vedi nel modo che sai fare è un modo di stare accanto positivamente a chi ti interessa?
    Oggi, in un mondo mediatico infestato da trolls e haters, può accadere di dare del troll a un amico che brontola o dell' hater a un amico che ironicamente dissente o manifesta uno spiazzamento di fronte a un cambiamento.       Un tempo la creatività poteva anche sferzare, potevi criticare ed essere criticato, oggi è più facile che per  certe cose ci sia qualcuno che prontamente si offende.
    La comunicazione è cambiata, i cosiddetti social, e la paura che un accenno di mugugno provochi chissà quale catastrofico meccanismo a cascata, hanno generato una terribile ansia di piacere sempre, a tutti, e non avere altro che dei "mi piace". 
    Ogni cosa diversa da un "mi piace" è percepita come una offesa. Da mesi osservo questo fenomeno, solo adesso ne parlo ( e rompo un silenzio su un argomento a proposito del quale, senza successo, ho sperato di ragionarne con altri), è dilagante il non voler più vedere la critica di un amico o di un cliente come una risorsa per migliorarsi.
    Siamo nel peggior futuro immaginabile dal punto di vista della capacità di autoironia e desiderio di mettersi in discussione,  ma non possiamo che prenderne atto, non c'è da protestare o brontolare. È un errore brontolare non in silenzio e continuare a farlo sotto forma di satira in tempi che non lo permettono più perché dominati da un mondo dove tutto è recensione, tutto è basato sui feedback, ogni cosa e ogni opera è schiava di pallini e stelline?     Non importa più CHI ti sta parlando, CHI ti fa una battuta o una critica. Perchè si vuol solo sentirsi dire che stiamo dando il 100 per cento. Perché te lo dici da solo nel momento nel quale stai faticando per far qualcosa, "sto dando il cento per cento", se qualcuno non ti mostra il suo sorriso o un plauso pieno di fronte a questa certezza, se qualcuno azzarda una critica che potrebbe farti solo bene, è un attacco malevolo, una offensiva, un danno. Ma è un errore, è sordità, è privarsi di una parte buona del mondo della cultura. Il giudizio critico di un amico intelligente non è un pericolo, ma una risorsa, anche se espresso con battute caustiche. È sempre stato così, ma poi ha smesso di esserlo.
    Non si può farne una colpa a nessuno, sta emergendo un nuovo criterio feedback-dipendente che genera ansie permalose e fa sì che i tipi come me debbano imparare a defilarsi o , semplicemente, tacere, negli ambiti dove è inutile offrire occasioni di miglioramento, dove appaiamo più fastidiosi che autorevoli, più dannosi che simpatici. Spero almeno che chi si adopera alacremente per dare il meglio di sè si diverta ancora, quando non è occupato a offendersi.
    Ho il timore che ciò potrebbe a lungo andare a produrre uno scemare della voglia di collaborare con gioiosa  spensieratezza, e ciò possa produrre quell'inaridimento che porta ad accontentarsi di offrire prodotti accettabili ma non al top.. Ed è inevitabile che in questo nuovo andazzo io non mi diverta più come un tempo, perché i luoghi dove ridere di se stessi si riducono.
    Purtroppo può anche accadere che l'offendersi distragga dalla preoccupazione per migliorare la qualità di qualunque prodotto e a poco a poco, se si persiste nell'atteggiamento di chiusura, potrebbero aumentare quelli che pensano  che il prodotto non valga la spesa. La mazzata che tale insofferenza merita è l'essere abbandonata dalla critica intelligente. Ho ancora amici che fanno sempre aggiustamenti alle loro bellissime invenzioni e in base ai miei rimproveri critici, ne traiamo vantaggio e crescita.
    Chi desidera incondizionati plausi a sostegno delle proprie insicurezze,  è meglio che provi da solo a vedere cosa significhi. Penso che solo ascoltando gli altri si possa diventare grandi. Se vogliamo affaticarci e stressarci per far riemergere il nostro gusto delle cose, il momento non è purtroppo questo.
    So che il tempo mi darà ragione e darà sapienza a tutti noi, basta un po' di paziente silenzio. Che, dove impera il "MiPiacismo", è l'unica scelta possibile adesso, con questo modo di vedere dilagante. Chi ha considerato un pesante fardello il rumore dei pensieri parodianti o critici o satirici, godrà di una serena atmosfera. Nessuno si altererà per questo brevissimo articolo, correrebbe troppo il rischio di apparire un aderente del mipiacismo militante. Continuerò a essere quello che commenta, ma dove potrà essere, se possibile, utile e gradito.
------------------------------------------------------------

@navarca su twitter

@navarca su instagram    

IL NAVARCA su facebook

venerdì 10 aprile 2015

SOMEWHERE OVER THE RAINBOW

Vi hanno raccontato già la mia storia, probabilmente. Il fatto è che la raccontano in tanti modi. Ma magari ci sono delle cose che ancora non sapete.
    Camminavamo, in tre, sul sentiero lastricato di mattoni gialli.
 Io, Dorothy Gale del Kansas, ero con il mio cane, Toto, e un uomo fatto solo di paglia. Stavo andando verso la Città di Smeraldo, e l'uomo di paglia era venuto con me a cercare il Mago di Oz, perché se questo Mago era molto potente, e aveva soluzioni per tutto, avrebbe potuto risolvere il suo problema: l'uomo di paglia aveva la testa piena di paglia, avrebbe desiderato un cervello vero, invece, per poter capire meglio le cose del mondo.
 E forse il Mago di Oz sapeva come farmi tornare nel Kansas.
     Ma, camminando camminando, sentimmo un suono strano provenire da un lato della strada.
     Ci voltammo, e, fatti pochi passi, vedemmo un uomo. O almeno pensammo fosse un uomo, a prima vista. Era in piedi, immobile. Ci avvicinammo e sentimmo che pronunciava, praticamente senza muovere le labbra, continuamente la stessa frase: "Data a Enterprise".

 "Ciao, signore, perché stai fermo immobile a ripetere quella strana frase?"
 "Tira il dito anulare della mano sinistra"
 "Come hai detto?"
 "Per piacere, tira il dito anulare della mano sinistra"
 "Così?"
 "Più forte"
 "Ti farai male..."
 "Non mi farò alcun male, non sento dolore, fidati"
 Tirai il dito con un colpo secco, sentii una specie di scatto e sul suo polso si aprì uno sportellino, vidi dei fili e delle lucette. Cacciai fuori un grido, Toto cominciò ad abbaiare.
 "Non avere paura" disse. Parlava con una strana voce, e muoveva le labbra pochissimo "Non sono un uomo, sono una macchina che sembra un uomo. Sono un uomo costruito da altri uomini. Lo sportellino sul mio polso... prendi un rametto e solleva quella specie di gancetto tra due lucette azzurre... attiverà il co-processore del derivatore d'emergenza del braccio sinistro."
 L'uomo di paglia mi porse un rametto sottile, con il quale sollevai il gancetto, lo sportellino si chiuse e il braccio dell'uomo artificiale si mosse. Lo portò al petto e toccò una specie di distintivo, "Data a Enterprise" disse di nuovo.
Ma poi, con l'unico braccio che poteva muovere, aprì uno sportello che aveva sul petto. C'erano anche lì tanti fili e tante lucette, Cominciò ad armeggiare e così, prima riuscì a far muovere la testa, poi l'altro braccio, poi a poco a poco tutte le altre parti del corpo si sbloccarono.
 "Ti ringrazio, bambina. Ora va meglio" mi disse lo strano uomo meccanico, e adesso muoveva le labbra come un uomo vero.
 "Ti chiami Data?" chiesi.
 "Sì, e tu?"
 "Dorothy. Cos'è l'Enterprise?"
 "E' una astronave"
 "Una astro... nave?"
"Un vascello che... può volare tra le stelle, ehm... non avete androidi, cioè uomini-macchina, o astronavi qui, vero? Ecco, devo essere proprio in avaria seria, ho violato alla grande la Prima Direttiva..."
 "Prima Direttiva?"
 "Non badare a quel che dico, Dorothy. Non volevo turbarti. Ma se non avessi chiesto il tuo aiuto sarei rimasto bloccato per sempre... il tuo pian... paese è molto bello, ma mi trovo qui per strane circostanze..."
 "Non è il mio paese, questo. Anch'io mi trovo qui per strane circostanze. Io sono del Kansas"
 "Kansas? Stato federato degli USA centrali attraversato da molti corsi d'acqua dei quali il più importante è l'Arkansas?"
 "Sì, certo. Sei bravo in Geografia!"
 "Come fai a trovarti qui, Dorothy? Il Kansas mi risulta essere molto lontano da qui, solo una astronave potrebbe averti portato qui... oppure..."
 "Un ciclone, un ciclone potentissimo ha portato me e il mio cane qui, con tutta la mia casa"
 "Un ciclone? Interessante. Più verosimilmente potrebbe trattarsi di una alterazione di spazio-tempo determinata da una rifrazione di turbolenza metafasica, che ha generato, attraverso una instabilità particellare di rotazione inerziale variabile..."
 "Che stai dicendo, signor Data?"
 "Niente di importante. Pensavo a questo ciclone"
 "Un terribile ciclone, signor Data, che mi trasportò via dal Kansas con tutta la mia casa. Toto, il mio cane, era con me, e ci ritrovammo in mezzo a una campagna bellissima. Ero capitata nel paese dei Munchkin, tipi strani e decisamente bassi. Una specie di mondo di nani.
 Mi fecero un sacco di feste, perché piombando nei loro campi, la mia casetta aveva schiacciato una strega, che loro chiamavano 'La strega dell'Est', e la sua morte fu per questi Munchkin una liberazione, visto che li sottoponeva a terribili prepotenze.
 Parlavamo di questi fatti e il cadavere della Strega Malvagia sparì, restarono solo le sue scarpe, belle scarpe davvero, molto luccicanti.
 Coi Munchkin c'era una signora che diceva di essere una strega buona, quella del Nord, e mi disse che adesso le scarpe erano mie. In effetti mi facevano comodo, le mie erano proprio malridotte e mi sarebbero servite per tornare nel Kansas, pensai, ma non sapevo come fare, per tornarci, nel Kansas. Mi disse la Strega del Nord che era un'impresa difficile, non conosceva neppure l'esistenza del Kansas, e di nessuno degli Stati Uniti d'America, ma che se fossi andata da un certo Mago di Oz, che si trovava in un posto chiamato 'Città di Smeraldo' avrei di certo trovato la soluzione, perché questo Mago era molto potente, e aveva soluzioni per tutto. La strada per la Città di Smeraldo era lunga e pericolosa, a quel che i Munchkin sapevano, ma bastava seguire questa strada lastricata di mattoni gialli.
 Ma tu come ti sei trovato qui?"
 "Ecco, mi trovavo su questo mio vascello, l'Enterprise..."

     Mi disse cose un po' complicate, parlò di un popolo chiamato "I Romulani", di un metallo prodigioso chiamato trilitio, di una specie di ciclone delle stelle che lo aveva portato sin qui, e di luoghi che non avevo mai sentito nominare: Veridiano, Amargosa...

 "Amar... cosa?"
 Rise, l'uomo meccanico rise.
 "Puoi ridere anche se non sei un uomo?"
 "Eh... eh... in lingua italiana farebbe ridere davvero... Sì, posso ridere, mi hanno impiantato un apparecchio che si chiama CHIP emozionale, posso ridere, piangere, avere paura, come un uomo vero..."
 "Puoi innamorarti, provare invidia, tenerezza..."
 "Beh... non saprei,,, parlavo di emozioni, non proprio di sentimenti..."
 "Provi emozioni ma senza veri sentimenti? Non hai un... cuore?"
 "Un cuore vero e proprio non mi servirebbe, diciamo che il mio creatore, il dottor Soong, ha creato per me il CHIP emozionale, ma per i sentimenti veri e propri avrebbe dovuto fare una specie di... CHIP sentimentale!"

     Gli proposi di venire con me per chiedere al grande Oz un cuore, anzi, come lo chiamava lui, un CHIP sentimentale. In fondo, non sarebbe stato più difficile che dare un cervello allo Spaventapasseri.
 "Un CHIP sentimentale? Potrebbe essere interessante. Ma se quest' entità di Oz possiede poteri grandi, potrà soprattutto farmi contattare l'Enterprise, o al limite, portare anche me in luogo conosciuto, ad esempio il Kansas".

    Data decise così di venire con noi alla Città di Smeraldo, e lungo il cammino incontrammo poi un leone pauroso, che si unì alla compagnia, per poter chiedere al Mago di Oz che lo facesse diventare coraggioso.
 L' Uomo di Paglia parlava poco, più che altro fischiettava, ma Data mi raccontò tante cose sui suoi compagni dell'Enterprise. Mi parlò di Geordi, un suo amico cieco che portava degli occhiali magici che lo facevano vedere, di Deanna, una donna che poteva sentire le emozioni degli altri, e di Worf, che aveva la forza di quattro uomini. Giungemmo alla Città dopo un lungo cammino.

      Verde e luccicante. Così era la Città di Smeraldo.
 Quando potemmo giungere al cospetto del Grande Mago di Oz, vedemmo qualcosa di incredibile. Ci trovammo di fronte a un grande trono sul quale c'era una enorme testa calva.
 "Io sono il Grande Oz" disse la testa "Che cosa devi chiedermi, piccola?"
 Gli dissi ciò che volevamo, e lui rispose che avrebbe esaudito i nostri desideri solo se avessimo fatto qualcosa per lui. Qualcosa di terribile.
 "Uccidete la Strega dell'Ovest!"
    Inutilmente cercai di spiegare al Grande Oz che la morte della Strega dell'Est era stata un caso, che non ero una assassina di streghe, ma non volle sentire ragione. O uccidevamo la Strega, o non avrei mai più rivisto il Kansas, mia zia Em e zio Henry, Data non avrebbe mai avuto un cuore-chip e non sarebbe tornato dai suoi amici, lo Spaventapasseri sarebbe rimasto senza cervello, il leone sarebbe stato pauroso per sempre.
     Fu allora Data a parlare: "Non faremo nessun omicidio, Signor Mago di Oz, non crediamo che voi siate un mago potente, non accettiamo ricatti..."
 "Silenzio, uomo di latta!" esclamò Oz "La strega dell'Ovest è malvagia, presto lei e le sue orrende bestie assoggetteranno tutto il regno di Oz, uccidetela o diventeremo tutti suoi schiavi, è già partita alla vostra caccia per avere le scarpe magiche, ogni resistenza sarà inutile, verremo tutti assimilati..."
 "Cosa stai dicendo, Oz? Di che parli? Sembri parlare di..."
 "...della Strega dell 'Ovest, regina dei Borg! Dal suo cubo enorme ci osserva tutti con la sua sfera magica!".
 Data fece una strana esclamazione, sembrava una imprecazione di quelle che a volte sentivo dai contadini del Kansas quando erano arrabbiati.
 "Forse dovremmo vedere le cose in modo differente, allora. Puoi farmi comunicare con i miei compagni dell'Enterprise, o Grande Oz? Potrebbero aiutarci a sconfiggere i Borg!"
 La grande testa sembrò chiudere gli occhi come per riflettere, poi disse: "E sia!"

"Data a Enterprise..."
 "Signor Data, dove si trova?"
 Era una voce molto profonda, e proveniva da una spilla sul petto dell'uomo artificiale .
 "Capitano Picard, mi localizzate?"
 "Adesso sì, la stiamo cercando da sei giorni, stavamo per abbandonare le ricerche e allontanarci da questo sistema..."
 "In quale sistema mi trovo?"
 "Ci troviamo su... ma ne parliamo a bordo, Signor Data, stia pronto per il teletrasporto..."
 "No, Capitano. E' meglio che qualcuno scenda qui. Ho motivo di pensare che vi sia un problema che riguarda forse i Borg. E mi trovo in luogo dove potremmo ottenere ulteriori informazioni"
 "La struttura dalla quale la percepiamo è una immensa costruzione cristallina. Tra poco scenderà una squadra..."
 "Ricevuto, Capitano".

     Passò pochissimo tempo e apparirono dal nulla quattro persone. Uno doveva essere Geordi, aveva sugli occhi un dispositivo strano, sicuramente l'oggetto incantato che gli dava la vista. C'era una donna alta con i capelli rossi, e uno strano tipo con una faccia scura che pareva scolpita nella pietra, di sicuro era Worf l'uomo fortissimo, e c'era un tipo alto con la barba, che si rivolse subito a Data:
 "Data, la sua navetta dov'è? Abbiamo perso il segnale pochi secondi dopo che si è allontanato un attimo prima di un incontro con la turbolenza, e una distorsione subspaziale..."
 "Comandante Riker, ho dovuto abbandonare la navetta teletrasportandomi sul pianeta più vicino, non avevo più contatto con l'Enterprise e la navetta era sul punto di esplodere. Mi sono ritrovato in superficie incapace di muovermi, e sono rimasto immobile per quattro giorni, ventidue ore, sette minuti e quattordici secondi, finchè non ho incontrato questa ragazzina..."

     Riker era un uomo molto simpatico. Mi fece un sorriso e ci presentammo, poi mi presentò gli altri amici. La Signora era una dottoressa e si chiamava Beverly.
 "Piacere di conoscerti, Dorothy" disse Beverly "che forma di vita è il tuo amico? Sembra fatto di... paglia!"
 "E' uno spaventapasseri, signora Berverly"
 Fissando l'enorme testa del Grande Oz, Geordi mormorò: "Ci troviamo in una specie di mondo delle favole, vero? Puoi spiegarci qualcosa in più, Dorothy?"
 "Ne so quanto voi" gli risposi "io ieri mi trovavo nella mia casa del Kansas, poi la casa è volata qui, ha schiacciato un essere malvagio, una strega buona mi ha dato un bacio magico che mi ha lasciato un segno indelebile sulla fronte, e allora sono entrata in possesso di un oggetto che si dice abbia poteri incredibili..."
 "Non dirmelo" disse Riker "La pietra filosofale..."
 "No, si tratta di..."
 "Lo so!" disse Geordi "L'Unico anello in grado di dominare gli Anelli del Potere..."
 "No, no. Le scarpe."
 "Le scarpe? Quelle scarpe che hai indosso? Che poteri hanno?"
 "Non lo so ancora, ma sembra che la Strega dell'Ovest le voglia avere, erano di sua sorella, la Strega dell'Est, e i Munchkin mi hanno detto che...".
 "I Munchkin? Chi sarebbero?" chiese il signor Worf.
 "Sono un popolo di bassa statura che vive in questo regno" risposi.
 "Gli scavatori dalle buie dimore o i mezzo cresciuti che vivono nei buchi?" chiese Geordi sorridendo.
 "La smetta, Signor La Forge, per piacere" esclamò Riker "Signor Data. faccia un rapporto".

     Spiegata la situazione, si decise di agire per catturare la Strega dell'Ovest. Gli amici di Data erano d'accordo con il Grande Oz, vi era un grave pericolo per tutto questo paese, forse per tanti altri paesi, forse anche per il Kansas.
 Fu così che andammo verso Ovest, a cercare la Strega. Ma il Mago ci aveva detto che ci avrebbe trovati prima lei, perché aveva dei congegni magici per vedere lontanissimo. Infatti, durante il nostro viaggio, fummo attaccati da strane creature metà umane e metà macchina, che furono fronteggiati da Data e i suoi amici con delle pistole che sparavano raggi di luce, ma dopo pochi colpi le creature orribili parevano diventare invulnerabili ai raggi della pistole, e allora la battaglia proseguì a colpi di rami secchi e con lancio di grosse pietre, oltre che con pugni e calci. I nostri non ebbero la meglio, e fummo catturati tutti.
Gli uomini-macchina, che Data chiamava "Borg" ci portarono dalla Strega dell'Ovest, La strega aveva un aspetto stranissimo, anche lei aveva delle parti del corpo che sembravano artificiali, e ci disse che avrebbe adesso superato l'ultimo ostacolo per assimilare ogni forma di vita del pianeta, avrebbe solo dovuto entrare in possesso delle scarpe magiche che avevo carpito a sua sorella, la Strega dell'Est, e il suo potere sarebbe stato assoluto.
 Ma Toto, il mio cane, cominciò ad abbaiare. E non voleva smettere. Fu così che la Strega dell'Ovest tentò di colpirlo, e ciò mi fece molto arrabbiare. Riuscii a liberarmi dalla stretta di uno dei Borg, che era stato distratto da Toto, e presi un secchio d'acqua che si trovava in un angolo della stanza e lo lanciai addosso alla strega.
 Non sapevo che l'acqua era l'unica cosa che poteva distruggere la Strega, rimanemmo tutti stupefatti a guardarla mentre si scioglieva come neve al sole. Alla fine di lei non restò che una pozzanghera.
 I Borg smisero di immobilizzarci. Sembravano confusi, disorientati. Ne approfittammo per fuggire e dirigerci verso la Città di Smeraldo, ad est, dove sorge il sole.

     Quando le guardie della Città di Smeraldo ci condussero nella sala del trono del Grande Oz, non c'era nessuna grande testa, la stanza era vuota. D'un tratto udimmo una Voce:
 "Io sono il Grande e Terribile Oz. Perché mi cercate?".
 Guardai in ogni punto della stanza, ma non vidi nessuno, e chiesi: "Dove sei?"
 "Io sono dappertutto" rispose la Voce "ma agli occhi dei comuni mortali sono invisibile. Ora mi siederò sul mio trono affinché possiate parlarmi" , e a quel punto la Voce sembrò scaturire dal trono stesso.
 "Siamo venuti a chiederti di rispettare la tua promessa, Mago di Oz"
 "Quale promessa?" chiese la Voce.
 "Tu mi hai promesso di rimandarmi nel Kansas quando la Strega Malvagia fosse stata eliminata. E hai promesso di dare un cervello allo spaventapasseri, il coraggio al mio amico leone, e il CHIP sentimentale a Data, e di riportarlo sull'Enterprise".
 "È stata eliminata veramente la Strega Malvagia dei Borg?" chiese la Voce.
 "Si!" rispondemmo in coro.
"E allora è il caso di far festa. Pronuncerò le parole magiche che porteranno qui i vostri amici a festeggiare con noi la fine dell'incubo.
 FANTA COLA BITTER CRODINO,
 CHIAMARE AMICI TUTTI PINGUINO !!!"
 D'un tratto apparvero in mezzo alla sala la Strega Buona del Nord, e i Munchkin che mi avevano accolto in quello strano mondo. E anche due persone vestite con la stessa divisa del gruppo di Data. Un uomo alto e calvo e una donna dai capelli neri.
 "Capitano Picard! Consigliere Troi!" esclamò Data.
 "Dove ci troviamo?" chiese il Capitano Picard.
 "Dove siamo?" chiedevano i Munchkin.
 "Silenzio!" esclamò la Voce "Parla il Grande e Terribile Mago di Oz! La Strega dell'Ovest è stata sconfitta. Tutta la Città di Smeraldo e tutto il reame di Oz sono salvi! Si dia inizio alle danze!!!"
 "No!" esclamai "Tu devi prima mantenere le tue promesse..."
 Ma intervenne la donna, colei che si chiamava Consigliere Troi, Era Deanna, la donna di cui Data mi aveva parlato, quella che poteva sentire le emozioni degli altri:
 "Percepisco una presenza familiare. Questa Voce che dice di essere il Mago di Oz, non è chi dice di essere, ma è una nostra vecchia conoscenza. Q? ...Q? Fatti vedere, Q!"
 "Chi è Q?" chiesi.
 Mi rispose Data: "Q è un essere che fa parte di una Razza onnipotente e immortale appartenente ad un dominio extradimensionale. Malgrado la loro natura, i Q richiedono costanti stimoli e novità per mantenere la propria vitalità. L'Enterprise anni fa fu intercettata da questo Q, che poi incontrammo in diverse occasioni, e una volta ci fece conoscere in anticipo la minaccia dei Borg perché ci preparassimo ad una loro invasione".
 "Q!" urlò Picard "E' una delle tue realtà immaginarie, vero? Nulla di tutto questo esiste, siamo ancora vittime di uno dei tuoi scherzi..."
 "Niente di tutto ciò, Mon Capitaine..."
 Non era più una voce, era un uomo alto e dalla faccia simpatica, vestiva come Picard. "Tutta questa realtà esiste eccome, vorresti essere così tanto scortese da dire alla piccola Dorothy che lei non è reale? Suvvia, Jean Luc... Ancora una volta ho voluto ampliare le vostre conoscenze..."
 "E allora?" chiese lo spaventapasseri "Non è veramente un Mago? Non mi darà un cervello?"
 "Non hai bisogno di un cervello, uomo di paglia. Il cervello ce l' hanno anche i bambini piccoli, ma non sanno quasi niente. L'esperienza è la sola cosa che porta la sapienza, e più tempo passi tra le cose del mondo, più esperienza ti fai..."
 "E il mio coraggio? Non voglio continuare a essere pauroso..." disse il leone.
 "Coraggio? Non esiste un essere che non abbia paura di fronte al pericolo. Ti manca solo la fiducia in te stesso. Il vero coraggio consiste nell'affrontare il pericolo proprio quando hai paura... Data, Puis-je vous t' être utile? Non vuoi il cuore che ti faccia provare sentimenti ? Un bel CHIP... sentimentale?"
 "Non voglio nulla da te, Q. Facci tornare sull'Enterprise e sparisci dalle nostre vite, E riporta Dorothy nel Kansas".
 "Noiosissimi mortali. Ingrate, tediose creature terrene! Aspirate a una vita senza favole, a un mondo dove i sogni sono solo ciò che già immaginate... Tornate pure alla vostra Enterprise, ma non pensate certo di non ri-incontrare la Regina dei Borg... o... me..."

 Mi ritrovai in un attimo a roteare in aria, poi mi sentii rotolare.
 Sull'erba.
 Mi fermai bruscamente. Ero seduta sull'ampia prateria del Kansas, e proprio davanti a me c'era la nuova fattoria dello Zio Henry, dopo che il ciclone aveva portato via quella vecchia. Toto corse latrando verso lo Zio, che stava mungendo le mucche.
 Ero scalza, le scarpe magiche erano sparite.
 Dalla porta uscì Zia Em.
 "Bambina mia!" gridò "Dove sei stata?"
 "Nel paese di Oz" risposi "Ma adesso sono a casa mia. Non esiste al mondo un posto più bello della propria casa!".

 "A mille ce n'è nel mio cuore di fiabe da narrar,
 venite con me nel mio mondo fatato per sognar,
 non serve l'ombrello, il cappottino rosso
 o la cartella bella per venire con me,
 basta un po' di fantasia e di bontà..."

 ---------NOTE:
- Il racconto è liberamente ispirato a "Il mago di Oz" di L. Frank Baum.

- La canzoncina finale è quella de "Le Fiabe sonore", Fratelli Fabbri Editori.

- Il disegno è di Adriano Spadaro.
------------------------------------------------------------

@navarca su twitter

@navarca su instagram    

IL NAVARCA su facebook




domenica 18 gennaio 2015

Iniziamo dalla fine (dell’Eternità)

Quando, nel 1988, gli appassionati lettori della narrativa di Isaac Asimov ebbero l’occasione di leggere il prequel letterario di uno dei più famosi cicli della letteratura fantascientifica, il romanzo “Preludio alla Fondazione”, trovarono una “Nota dell’Autore” particolarmente preziosa. Ogni fan del “Buon Dottore” sa quanto le NOTE siano un’abitudine dello scrittore, ma questa nota in particolare segnò un punto preciso di cambiamento nel modo di leggere le sue storie, e anche una precisa indicazione su come mettere in ordine quella parte della libreria dedicata ai cicli dei romanzi di Isaac Asimov.
È noto che a un certo punto, senza che tal cosa fosse nei progetti narrativi iniziali dell’autore, i romanzi della Fondazione cominciarono a unirsi al ciclo dei libri dell’Impero e alla lunga serie dedicata ai robot.  Nella NOTA suddetta, Asimov scrive “In ogni caso, la situazione è diventata abbastanza complica¬ta, per cui ritengo che forse i lettori gradiranno una specie di guida alla serie, dal momento che i libri non sono stati scritti nell'ordine in cui (forse) andrebbero letti” , e fornisce un elenco, che, da allora, è il punto di riferimento per leggere e rileggere con ordine quello che chiamo “Ciclo dei Robot, dell’Impero e della Fondazione”:
1. Tutti i miei robot (1982).
2. Abissi d'acciaio (1954).
3. Il sole nudo (1957).
4. I robot dell'alba (1983).
 5. I robot e l'Impero (1985).
6. Le correnti dello spazio (1952).
7. Il Tiranno dei mondi (1951).
8. Paria dei cieli (1950).
9. Preludio alla Fondazione (1988).
10. Fondazione (1951).
11. Fondazione e Impero  (1952).
12. Seconda Fondazione (1953).
13. L'orlo della Fondazione (1982).
14. Fondazione e Terra (1983).
Ecco, è a questo punto che svelerò come, ogni volta che mi accingo a rileggere i 14 volumi, comincio non da quello contrassegnato dal n.1, ma da un quindicesimo libro, che considero il “Romanzo Zero” di questo composito ciclo. Parlo del romanzo “La fine dell’Eternità” (1955), considerato da molti il più bel romanzo sui viaggi nel tempo, che non fa parte di nessuno dei Cicli (Impero, Fondazione, Robot) ma racconta la storia di avvenimenti che permettono che tutte quelle altre storie possano accadere. Infatti il romanzo in questione descrive un mondo dove sono possibili i viaggi nel tempo, ma questi vengono usati per manipolare la storia attraverso i secoli (migliaia di secoli) da una organizzazione (Gli Eterni) che si preoccupa di tenere a bada gli eventi eliminando guerre, carestie, crisi mondiali, e tutto ciò che essi ritengono possa nuocere alle popolazioni che si succedono nel pianeta Terra . Questa umanità modificata, però, pare che non si evolva molto, gli Eterni la privano di brutture e disastri ma in definitiva tolgono all’uomo quella libertà che, attraverso errori e vittorie, porta ad andare “avanti”. Ad esempio a espandersi per la Galassia, a costruire civiltà interplanetarie. In poche parole, gli Eterni bloccavano quel futuro narrato negli altri 14 libri. E per questo “la fine dell’Eternità” va letto prima di questi, perché il protagonista, Andrew Harlan, distruggendo quel meccanismo di controlli temporali che sterilizzano la storia trafugando all’uomo il libero arbitrio, è come se regalasse a tutti noi la possibile narrazione di un mondo aperto a grandi possibilità, nella fattispecie narrate dallo stesso Asimov.
Il titolo stesso del romanzo, “La fine dell’Eternità”, ci dice sin dalla copertina che un mondo dove, attraverso i viaggi nel tempo, si possa aggiustare il passato per perfezionare il presente e il futuro, non è da tenere in piedi, deve finire, l’uomo può e deve avere altri progetti. Ciò che determinerà questa “Fine” non è però conseguenza di una millenaria elaborata analisi sociologica di esseri illuminati contrapposti agli Eterni e al loro controllo delle linee temporali, ma è l’opera di un uomo dapprima perfettamente integrato con l’organizzazione “Eternità” che a un certo punto cambia tutto il modo di valutare le cose a partire da un avvenimento straordinario e imprevisto: si innamora di una ragazza.
Fermiamoci un attimo ad analizzare che cos’è un romanzo sui viaggi nel tempo, è un’opera narrativa che racconta qualcosa che non corrisponde all’esperienza umana. Se nell’ambito della fantascienza  i viaggi nello spazio o le lotte con mostri giganteschi sono una estensione immaginaria di cose in fondo vissute nella realtà, la macchina del tempo non può vantare parentele con la storia o con la cronaca, eppure attrae narratori, cineasti, sceneggiatori di fumetti, e ha dato origine a capolavori come il romanzo di H.G.Wells o quello del quale parliamo in questo articolo. L’Eternità costruita a partire dalla possibilità di interagire con la storia viaggiando tra migliaia di secoli è qualcosa di immenso, Asimov non si limita a usare numeri bassi di anni, si descrivono viaggi da secoli vicini al nostro fino ad oltre il secolo 100.000. Bene, queste incredibili cose narrate, accompagnate da descrizioni di varie civiltà e tecnologie future, si scontrano contro la straordinaria potenza di qualcosa di familiare all’esperienza quotidiana umana, il fatto che di fronte a un innamoramento tutto il resto sembra contare ben poco, e di fronte a qualcosa che possa impedire il tuo amore o farti perdere l’amata, tutto assume un’altra dimensione. Nel caso di Harlan il punto di vista subisce una rivoluzione copernicana, non saranno più gli Eterni a decidere il bene o il male delle esistenze, ma l’esistenza immutabile di un evento e del tempo che passa (e non ritorna più) annullerà gli Eterni e la loro “Eternità”.
Asimov riesce a descrivere con grande capacità narrativa una realtà davvero incredibile, un luogo fuori dal tempo che controlla ogni tempo, lo descrive con stanze e macchine, lo rende immaginabile, eppure sarebbe arduo per il lettore riuscire a collocarlo chiaramente nella propria immaginazione, poiché gli eterni non sono spiriti o mutanti, sono uomini come noi che vengono reclutati per svolgere questo strano lavoro, eppure viaggiano attraverso decine di millenni, vanno e vengono dalla loro “Eternità” e questo luogo ha una sua esistenza dove il tempo fisiologico trascorre anche per gli Eterni. Nel rappresentare i vari mutamenti temporali e i vari paradossi (con tutta la serie di domande e risposte che essi comportano) l’autore pone dei riferimenti abbastanza fondamentali per chi si cimenterà successivamente con la narrazione dei viaggi nel tempo, e crea alcune caratteristiche del fascino presente in racconti, romanzi, film e telefilm dove si muta il passato per aggiustare il presente. Da notare come le narrazioni in merito si permettano di raccontare spesso strappi alla regola del non creare paradossi temporali, e interi romanzi e interi cicli son basati su episodici straordinari epocali e sconvolgenti passaggi attraverso la dura barriera dei viaggi attraverso il tempo. Nel grande romanzo di Asimov il viaggio nel tempo è abusato, ripetuto, moltiplicato e reso persino ordinario dal fatto che i “Temporali” (coloro che vivono la storia regolata dagli Eterni) sanno che ci sono i viaggi nel tempo, sanno che attraverso chi li organizza possono effettuarsi scambi commerciali tra i secoli, anche se gli Eterni fan tutto il possibile perché nessuno immagini che essi hanno il potere di modificare la storia e manipolarla. Quanto poi il passato, il presente o il futuro descritti di volta in volta e mutati dagli Eterni siano un ricordo, un’ombra o una verità non possiamo saperlo, ed è questa la bellezza di questo angolo della Fantascienza rappresentato da questo straordinario libro. C’è stato un momento nel quale c’era questa Eternità, che mutava i destini, ridisegnava le storie, rimetteva a posto le cose ma faceva fare passi indietro alla creatività, all’ardimento, al progresso. Andrew Harlan, il “tecnico” con il compito di condizionare il tempo, il geniale manipolatore appartenente alla categoria degli Eterni, distrugge tutto questo, lo fa per lui, per la sua amata, e per tutti noi. Sapere che questo tipo di Eternità ha fine rende ogni azione valevole, e questo non è poco. Perché se qualcosa di vero non vale realmente, perché può diventare non vero, se qualcosa che accade può divenire qualcosa mai accaduto, questa non è e non può essere la nostra vera vita. La favola a volte immagina questo tipo di realtà, l’istinto che fa sì che la mente elabori l’ipotesi favolistica e inneschi i meccanismi di difesa che riportino al vero, in genere induce il narratore a non figurare il fiabesco mutamento del passato come un reale vantaggio, a conti fatti. È per questo che con “La fine dell’Eternità” possiamo continuare a sbagliare, sperare, sognare, amare, e leggere belle storie. Grazie, Andrew Harlan. Grazie, Isaac Asimov.
(articolo pubblicato su FONDAZIONE SCIENCE FICTION MAGAZINE numero 22 - anno XIV - 2014 - fondazionesf@tiscali.it - https://www.facebook.com/FondazioneSfMagazine )

Articolo candidato al Premio Italia 2015 come "Articolo su pubblicazione amatoriale"
------------------------------------------------------------

@navarca su twitter

@navarca su instagram    

IL NAVARCA su facebook