domenica 29 marzo 2026

VELOCITÀ SMODATA

Articolo di Francesco Spadaro apparso sulla rivista "FONDAZIONE  Science Fiction Magazine" n.33, novembre 2025
   
    In una rivista di fantascienza si parla, giustamente, di fantascienza.
    Anche quando il film al centro dell’attenzione è una commedia demenziale come Balle Spaziali (Spaceballs, 1987).
    Perché sì, ridiamo, ma lo facciamo all’interno di un’architettura narrativa che conosce, studia e smonta con intelligenza i codici del cinema fantascientifico. Non siamo qui per parlare solo di una parodia. Balle Spaziali è molto di più: è un film che appartiene a pieno titolo all’immaginario della fantascienza, e lo fa con gli strumenti del comico, dell’assurdo e del metacinema. Un omaggio al grande cinema fantastico, una presa in giro affettuosa dei suoi cliché e una riflessione in chiave comica sul suo stesso linguaggio, tutto in un unico pacchetto, confezionato da Mel Brooks con il suo stile inconfondibile, tra satira, affetto e geniale nonsense. 
    L’idea di Balle Spaziali nasce dal successo globale dei primi tre film della saga di Star Wars, usciti nei cinema di tutto il mondo tra il 1977 e il 1983, ma si inserisce in un percorso ben preciso nella carriera di Mel Brooks.
    Dopo aver rivoluzionato la commedia americana con Per favore, non toccate le vecchiette (The Producers, 1967), Brooks ha costruito negli anni una serie di parodie dei diversi generi cinematografici.
    Prende in giro il western con Mezzogiorno e mezzo di fuoco (Blazing Saddles, 1974) e omaggia il cinema horror classico con Frankenstein Junior (Young Frankenstein, 1974 . NE PARLO QUI - NdR). Affronta il mondo del cinema muto con L’ultima follia di Mel Brooks (Silent Movie, 1976), passa al thriller hitchcockiano con Alta tensione (High Anxiety, 1977), per poi sbeffeggiare i film sui grandi eventi dell’umanità con La pazza storia del mondo (History of the World: Part I, 1981).
    Al momento di cimentarsi con la fantascienza, l’impresa di Mel Brooks è tutta caratterizzata dal suo genio nel creare visivamente ciò che il suo senso dell’umorismo filtra nell’osservazione ironica, a cominciare dal rullo iniziale dei titoli di Star Wars, che Balle Spaziali replica graficamente per poi sovvertirne completamente il tono. Invece di proclami epici, il rullo dei titoli iniziali di Balle Spaziali annuncia che il pianeta Spaceball ha finito l’aria e vuole sottrarla al pianeta Druidia, chiudendo il tutto con una battuta nonsense: “Se state leggendo queste righe, non avete bisogno di occhiali”.
    Per evitare controversie legali, prima di girare il film Brooks chiese il permesso a George Lucas, il quale approvò la sceneggiatura a patto che non venisse prodotto alcun merchandising. In effetti i pupazzetti di Balle Spaziali sarebbero stati troppo simili a quelli di Star Wars. Brooks accettò alla sua maniera, introducendo nel
film alcune gag memorabili proprio sul tema del marketing esasperato. Oltre a Lord Casco Nero che gioca con i pupazzetti dei protagonisti di Balle Spaziali e al saggio Yogurt (caricatura di Yoda interpretata dallo stesso Mel Brooks) che mostra i gadget di Balle Spaziali, dal portapranzo ai cereali per la colazione al libro da colorare, l’intero film è costellato di oggetti con il logo Spaceballs posti nei punti più inaspettati.
    La trama di Balle Spaziali è ispirata, in 
parte, ad Accadde una notte (It Happened One 
Night, 1934), il grande classico diretto da Frank Capra. In quel film, una giovane ereditiera, interpretata da Claudette Colbert, fugge da un matrimonio combinato e finisce per innamorarsi di un uomo comune, interpretato da Clark Gable. Trasportando questa dinamica sentimentale nello spazio, Brooks crea la Principessa Vespa, in fuga dalle nozze con il narcolettico Principe Valium, e la fa incontrare con Stella Solitaria, un avventuriero spaziale. Alla fine del film, Stella Solitaria rifiuta la generosa ricompensa promessa dal re in cambio del salvataggio di Vespa, chiedendo solo un rimborso spese: un gesto che rievoca esplicitamente il finale di Accadde una notte, in cui il protagonista sceglie di non accettare la ricompensa, ma solo quanto gli spetta per principio. 
    Come aveva fatto in precedenza con Alta tensione, Frankenstein Junior, Mezzogiorno e mezzo di fuoco e L’ultima follia, in Balle Spaziali Mel Brooks si propone non soltanto di prendere in giro un singolo film, ma di satirizzare un intero genere cinematografico, riuscendoci pienamente anche grazie a un impegno produttivo ‘smodato’, per usare lo stesso aggettivo adottato nel film per la ‘Velocità Smodata’ (nella versione originale, ‘Ludicrous Speed’), un’esagerazione umoristica della velocità iperspaziale utilizzata in Star Wars. Lo 
stesso termine originale, ‘ludicrous’ (ridicolo, assurdo), rappresenta un chiaro segnale dell’intento satirico di Brooks, che spinge all’estremo il concetto di superare qualsiasi limite fisico e logico, perfino quelli già esagerati del genere fantascientifico. Quando la Spaceball One, l’astronave comandata da Lord Casco Nero, attiva questa modalità, la nave si muove a una velocità capace di defor mare la stessa realtà. 
    Oltre a Star Wars, Balle Spaziali cita numerose altre opere di fantascienza: viene ricreata in chiave comica la celebre scena di Alien (Alien, 1979) con il mostro alieno che esce dal torace di John Hurt, vengono presi in giro i guai del teletrasporto in Star Trek (Star Trek: The Motion Picture, 1979) col Presidente Scrocco (nell’originale Skroob, un anagramma di Brooks, che lo interpretava) che si ritrova con la testa al contrario e vede per la prima volta il suo sedere, viene riletto il finale de Il Pianeta delle Scimmie (Planet of the Apes
1968).
    Inoltre, tra astronavi che ci mettono un'eternità ad attraversare lo schermo e abbigliamenti ‘futuristici’, il film di Brooks omaggia 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odissey, 1968), mentre gli elementi fiabeschi e scenografici richiamano l'estetica de Il mago di Oz (The Wizard of Oz, 1939): per esempio, in una scena, Vespa, il canuomo Rutto, Stella Solitaria e la governante-robot riecheggiano Dorothy sulla strada di mattoni
gialli con l’uomo di latta, il leone e lo spaventapasseri. È presente persino un richiamo ai Transformers, che già all’epoca del film giungevano dal Giappone, con la Spaceball One che si trasforma in una gigantesca cameriera aspirapolvere. 
    Nel tempo, Balle spaziali ha conquistato un posto di rilievo nella filmografia di Mel Brooks ed è stato rivalutato proprio per questa sua capacità di prendere in giro non solo Star Wars, ma l'intero panorama fantascientifico dell'epoca. Rick Moranis, interprete di Lord Casco Nero, ha più volte sottolineato come il film debba il suo successo proprio all'ironia rivolta non solo alla saga di George Lucas, ma all'intero universo cinematografico fantascientifico. Il film racconta di un pianeta chiamato Spaceball, ormai privo della propria atmosfera. Il presidente Scrocco (Mel Brooks), alleato con Lord Casco Nero (Rick Moranis), vuole sottrarre l'aria al pianeta Druidia e, per questo, cerca di rapire la principessa Vespa (Daphne Zuniga). Re Rolando (Dick Van Patten), padre della principessa, affida a Stella  Solitaria (Bill Pullman) e al suo assistente Ruttolomeo detto Rutto (John Candy), un essere metà uomo e metà cane, la missione di salvarla. Tra combattimenti, travestimenti, gag esilaranti e l’incontro con il saggio Yogurt  (ancora Mel Brooks), che insegna il potere dello ‘Sforzo’, la vicenda deride in modo spietato ma affettuoso
l'intera saga di Lucas.
    Tra le scene più iconiche spicca quella della videocassetta: per scoprire la posizione degli eroi in fuga, Lord Casco Nero e il colonnello Nunziatella guardano una copia pirata di Balle Spaziali... mentre lo stanno vivendo in tempo reale! Questo cortocircuito temporale genera una delle gag metacinematografiche più brillanti nella storia del cinema. L'idea che esista una videocassetta disponibile ancor prima che il film sia completato prende in giro il mercato dell'home video degli anni '80, superando di gran lunga la semplice rottura della quarta parete. Il dialogo mostrato nella figura accanto, insieme ad altre scene del genere, ci indica che siamo davanti probabilmente all’opera più metanarrativa di Mel Brooks: i personaggi sono consapevoli di stare recitando in un film. 
    Balle Spaziali è un continuo slancio di immaginazione: nulla è lasciato al caso, tutto è curato per confezionare un'opera che sia il più divertente possibile, e tutto funziona. A partire dai personaggi, che restano impressi nella memoria come figure familiari. Impossibile non affezionarsi alla principessa Vespa, capricciosa e tenera, o a Stella Solita ria, scanzonato e coraggioso antieroe interpretato da un Bill Pullman che fonde nel personaggio elementi di Luke Skywalker e Han Solo. Con il suo Lord Casco Nero, un Rick Moranis in stato di grazia dà vita a un piccolo e perfido antagonista comico dotato di un casco esagerato e manie infantili. John Candy,
gigantesco in ogni senso nel ruolo del canuomo Rutto (Barf nella versione originale), riesce a incarnare il lato più umano e affettuoso dell’universo creato da Brooks, e ci regala una delle battute più memorabili del film, riportata nella figura qui accanto. In un mondo giusto, dove commedia e fantascienza abbiano il posto altissimo che spetta all’arte nella sua forma suprema, cioè il rappresentare la realtà attraverso la fantasia, Candy avrebbe meritato un Oscar per questo personaggio. Mel Brooks ricopre due ruoli: Yogurt, una parodia di Yoda, e il presidente Scrocco, un politicante viscido e truffaldino. Dom DeLuise presta la voce a Pizza Margherita (Pizza The Hut nell'originale), probabilmente l'alieno più surreale nella storia del cinema fantastico, una gigantesca pizza con formaggio filante e pepperoni (un salame piccante tipico degli USA), parodia di Jabba The Hut.
    Oltre al classico umorismo slapstick, nel film Mel Brooks ricorre a tecniche comiche tradizionali come giochi di parole, situazioni assurde e paradossi visivi. Ma Balle Spaziali si distingue per una satira pungente, rivolta tanto alle convenzioni del genere fantascientifico quanto all'eccessiva commercializzazione del cinema, donando al film una profondità che va oltre il semplice divertimento.
    C’è anche una filosofia, sotto la risata. La classica lotta tra il Bene e il Male è raccontata con il cinismo affettuoso tipico di Brooks, che riesce a farci riflettere ridendo. Non c'è retorica, eppure il messaggio arriva. In questo senso,
    Balle Spaziali è parente stretto di Frankenstein Junior, altro capolavoro del regista in cui la
parodia sfiora la poesia, e l’umorismo diventa linguaggio per dire qualcosa di più.Balle spaziali va così oltre la semplice collezione di battute e diventa una celebrazione dell'umorismo come strumento per mettere in discussione potere e convenzioni. Brooks smonta con garbo i miti contemporanei e li ricompone in una versione irriverente, ma sempre rispettosa. Il film ci ricorda che non bisogna prendersi troppo sul serio, nemmeno di fronte alle opere più care, e che il sorriso ha il potere di alleggerire ogni peso, anche quello di un'intera galassia in pericolo.
    E non dimentichiamo che Balle Spaziali è anche cinema vero. Le scenografie, gli effetti speciali, i costumi: ogni scena è costruita con una cura che sfiora la perfezione tecnica, al punto che, per quanto si rida, non si dimentica mai di essere davanti a un’opera di altissima qualità visiva. Brooks si muove con consapevolezza assoluta nei codici del cinema fantastico: li conosce, li rispetta e li piega al servizio dell’umorismo. La sua analisi dei meccanismi narrativi della fantascienza è minuziosa. Proprio per questo, la parodia funziona così bene: non è mai superficiale, ma profonda, colta, stratificata. Gli effetti speciali, pur volendo prendere sempre in giro quelli ‘seri’ di Star Wars, sono stati realizzati con un budget considerevole per quei tempi. Numerose gag visive, come la trasformazione della navicella Spaceball One in un robot aspirapolvere gigante, o il personaggio di Pizza Margherita, hanno richiesto una progettazione e una cura nei dettagli particolarmente accurate.
    Non è facile spiegare perché, dopo tanti anni, Balle Spaziali continui ancora a occupare un posto così speciale nel mio immaginario. Non è solo per la comicità, né soltanto per il legame affettivo con un certo tipo di cinema. È qualcosa di più profondo: Balle Spaziali rappresenta, per me, la forma più riuscita di commistione tra il comico e il fantastico. Due territori narrativi che, se trattati con intelligenza, si esaltano a vicenda. 
    È questo equilibrio perfetto tra l’ironia disarmante e l’adorazione sincera per il genere fantascientifico che rende il film di Mel Brooks qualcosa di unico. Una parodia, certo, ma anche una lettera d’amore al cinema di fantascienza. Anzi, alla narrazione cinematografica fantascientifica nel suo periodo più glorioso, quegli anni Ottanta che ci hanno regalato opere di una fantasia visiva talmente potente da farci credere davvero che lo spazio fosse abitato da alieni, astronavi e pirati galattici.
    In definitiva, amo questo film perché rappresenta esattamente ciò che mi diverte di più nella letteratura scritta e nel cinema: l’incontro tra l’invenzione fantastica e lo sguardo ironico. Quando queste due forze si alleano, nasce qualcosa di raro. Balle Spaziali è quel tipo di miracolo: un’opera che fa ridere, stupisce, affascina e, senza darlo troppo a vedere, analizza con intelligenza i meccanismi del genere che parodizza.
    Al momento della sua uscita, il film ha ricevuto un'accoglienza piuttosto tiepida da parte della critica, e l’incasso è stato modesto rispetto alle aspettative. Tuttavia, chi lo ha visto lo ha apprezzato moltissimo, come lo stesso George Lucas, creatore della saga originale che offre lo spunto per la parodia.
    Negli anni l’amore per Balle Spaziali è continuato a crescere, come accade ai cult movie, e oggi il film è riconosciuto come un vero classico della commedia e continua a conquistare nuove generazioni di fan grazie
alle piattaforme di streaming. Le sue scene emblematiche e i personaggi indimenticabili vengono spesso citati e richiamati anche dai più giovani, testimonianza della sua duratura influenza nel mondo del cinema.
    Nel 2008 è stata realizzata una serie animata ispirata al film, ideata prodotta e interpretata sempre da Mel Brooks, mentre quest’anno è stato annunciato ufficialmente un seguito per celebrare il quarantesimo anniversario della pellicola. 
    È stato Mel Brooks in persona, alla veneranda età di 99 anni e a trentotto anni dall'uscita di Balle Spaziali, ad annunciarne il seguito cinematografico, nel quale potrebbe tornare a vestire i panni di Yogurt, affiancato da  Bill Pullman nel ruolo di Stella Solitaria e da Rick Moranis in quello di Lord Casco Nero. 
    Il nuovo film, definito ironicamente dalla produzione “un non-prequel, non-reboot, sequel, parte 2, ma con elementi di reboot per l'espansione del franchise”, sarà distribuito nei cinema nel 2027 da Amazon MGM Studios e sarà diretto da Josh Greenbaum su una sceneggiatura di Benji Samit, Josh Gad (pre-
sente anche nel cast) e Dan Hernandez. 
    Su YouTube esiste già un teaser, che trovate sotto questo articolo, con il classico rullo dei titoli in stile Star
Wars
che recita: “Trentotto anni fa, c’era solo una trilogia di Star Wars. Ma da allora ci sono stati… Una trilogia prequel. Una trilogia sequel. Un sequel del prequel. Un prequel del sequel. Innumerevoli spin-off televisivi. Uno spin-off cinematografico di uno spin-off televisivo che è sia un prequel che un sequel. Senza contare…” Segue un lunghissimo elenco di saghe cinematografiche. “Ma in 38 anni c'è stato un solo... Balle Spaziali. Fino a oggi…”. Alla fine dei titoli appare Mel Brooks, con indosso una felpa simile a quelle mostrate da Yogurt nel film insieme al resto del suo merchandising, per annunciare che per il quarantennale di Balle Spaziali i fan avranno un nuovo film, concludendo con un ironico: “Che lo Sforzo sia con voi!”, ulteriore parodia del saluto Jedi.
Già un decennio fa, il regista newyorkese aveva dichiarato che un nuovo capitolo di Balle Spaziali, magari dal titolo ironico La ricerca di più soldi (anticipato nel saluto finale di Yogurt: “God willing, we all will meet again in Spaceballs 2 - The Search for More Money, (Se Dio vorrà, ci incontreremo di nuovo in Spaceballs 2 - Alla ricerca di più soldi)", ma assente nel doppiaggio italiano), non avrebbe scandalizzato nessuno. Al contrario, il pubblico lo avrebbe accolto con entusiasmo.
    E noi attendiamo questo film, perché tornare nell’universo di Balle Spaziali significa avere la possibilità di ritrovare una comicità intelligente, che sa prendersi gioco dei miti della fantascienza senza mai rinnegarne la grandezza; perché Mel Brooks ha dimostrato che si può fare satira con affetto, senza distruggere ciò che si ama; perché rivedere quei personaggi iconici e quei luoghi fantastici, anche solo evocati, risveglia un senso di appartenenza a una fantascienza colta e dissacrante al tempo stesso; e perché, in un’epoca dove le saghe si prendono fin troppo sul serio, Balle Spaziali può restituirci il piacere di ridere con la fantascienza e non della fantascienza.
    Che lo Sforzo sia con noi, Mel Brooks.
    L’avventura di Balle Spaziali continua.
    Perché la fantascienza può farci pensare, ma solo una grande commedia può farci ridere mentre lo facciamo.

(Si ringrazia Salvatore Deodato per i fotogrammi dialogati
e il gruppo Fb
DAL NOME SBAGLIATO Frankestain Junior per i suggerimenti)
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        L'AUTORE, Francesco Spadaro.

Sono medico di Assistenza Primaria, e lavoro nel Servizio Sanitario Nazionale dal 1991.
Parallelamente, da decenni coltivo la scrittura e la divulgazione culturale.  
Per dieci anni sono stato redattore dello Star Trek Italia Magazine, collaboro con la rivista Inside Star Trek dal 1997. Sono anche redattore della rivista Fondazione SF, dedicata alla fantascienza.
    Ho pubblicato articoli e racconti vincitori di premi letterari nazionali, tra cui il Premio Italia (3 volte) e Omega Shorts, e contribuito a un libro + audiolibro di racconti narrati da attori italiani di primo piano ("Le parole per dirlo", Gemma Edizioni). Il mio blog navarca.blog raccoglie racconti, articoli e recensioni, ed è seguito da migliaia di persone.
    Negli ultimi anni ho dedicato sempre più tempo alla novellizzazione di sceneggiature "perdute" create per Star Trek da grandi autori della fantascienza (Sheckley, P.J.Farmer, Van Vogt, Spinrad...) nella rubrica “Lost Trek”, curata da Marcello Rossi (che da tempo recupera le storie dimenticate della Flotta Stellare), pubblicata sulla rivista INSIDE STAR TREK e presto in volume.
    Ho scritto un romanzo, "Il riflesso imperfetto", che rappresenta il punto di convergenza tra ciò che scrivo, ciò che sono, e ciò che temo e spero del futuro. È una distopia con un’anima malinconica e grottesca, sospesa tra il thriller politico, la fiaba adulta e l’assurdo. È attualmente in attesa di pubblicazione.




lunedì 2 febbraio 2026

Quando il futuro ricominciò

     Questo articolo è stato pubblicato nel numero 225-226 (fbbraio/marzo 2025) della rivista INSIDE STAR TREK . All' indirizzo https://www.stic.it/stic_rivista.html trovate un assaggio della rivista (che contiene interviste, novità e recensioni sul mondo di Star Trek) e le modalità per riceverla.
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    Nell' anno 2009, in  un  momento  nel quale la saga di Star Trek non aveva nuovi episodi trasmessi in TV da quattro anni, al cinema arrivò un nuovo film con quelle due parole magiche nel titolo: Star Trek.
    Questa  è  la  narrazione  di  un’opera senza precedenti nella storia della fantascienza televisiva e cinematografica, dei  sette anni  che  videro davvero  ciò che nessuno aveva mai visto prima.
    J.J. Abrams, infatti, (reduce dalla serie LOST, che aveva avuto un grandissimo successo) ebbe in mano l’occasione di poter  dirigere  l’undicesimo  film  della serie, e lo fece in una maniera mai vista nella storia della saga: pensò di poter realizzare un sogno di Gene Roddenberry, il quale aveva dichiarato che gli sarebbe  piaciuto  che  un  giorno  i  suoi personaggi fossero interpretati da altri attori e narrati da altri autori per nuove storie della serie per la quale aveva dato tantissimo. Il desiderio che i suoi personaggi  potessero  vivere  oltre la sua creazione originale rifletteva la sua visione di un mondo in continua evoluzione, in cui storie e personaggi potevano crescere e cambiare nel tempo.
    Star  Trek,  il  film  del  2009,  non  fu  un 
vero e proprio reboot (il personaggio di Spock, interpretato da Leonard Nimoy, era lo stesso che avevamo visto in ogni episodio  della  Serie  Classica,  di  The Next Generation, e nei 6 film nei quali è tra i protagonisti), non fu uno spin off (narrava  un  “altrove”,  ma  i personaggi  non  erano  altro  che  gli  stessi  delle precedenti avventure con Spock, compreso un altro Spock più giovane), non fu (del tutto) un sequel, perché se per l’anziano Spock la sua vita terrena continuava come in una puntata successiva dedicata alle sue avventure, per tutti gli altri vi è un riavvio delle proprie vicende, a partire da un evento che crea una linea temporale alternativa.
Gli universi alternativi sono stati, sono e saranno usati in tutti i modi per narrare una storia su passaggi tra diverse realtà, ma stavolta è un universo alternativo che ha creato una nuova incredibile  “serie cinematografica”. Tre  film che  non  furono  appena  un  omaggio alla Serie Classica o allo spirito di Star Trek, ma una ricca e spettacolare serie di Star Trek, dove tutto il bene della creazione  di  Roddenberry  intrattenne  noi spettatori nel modo migliore possibile  per  quei  tempi.  L’era  dei  network televisivi non era nel suo miglior periodo, lo streaming delle piattaforme era ancora lì da venire, il cinema era una miniera  dove  i  film  con  saghe  spettacolari la facevano da padrone. Ricordo come vi fossero forti dissensi su questa operazione: alla fine questa “serie”, composta  da  3  episodi  in  8  anni,  era poca cosa rispetto alle centinaia di episodi che la TV ci aveva dato. Qualcuno, per rafforzare il proprio non gradimento dell’operazione, che appariva come un voler mettere una pietra sopra il sogno dei fan di veder proseguire le vicende della  Flotta  Stellare  con  Picard,  Janeway, Data etc., criticava ogni aspetto di questi film. Ma il taglio cinematografico invece aveva schierato grandi mezzi che diedero dei prodotti di altissima qualità. Gli attori scelti erano tutti interpreti di successo, sicuramente bravi ed azzeccatissimi per interpretare gli iconici  eroi  della  serie  classica.  Zachary Quinto riuscì a creare il suo Spock con la difficilissima prova di dover recitare accanto all’originale, Chris Pine resse i  film  da  perfetto  protagonista,  dimostrando anche il suo talento in altre produzioni di quegli anni. Zoe Saldaña fu una scelta perfetta, ricordiamoci che è l’attrice che detiene il record di essere la prima interprete ad aver preso parte a quattro film che hanno superato i 2 miliardi al botteghino. Non si badò a spese: Chris  Hemsworth  interpretò  il padre di Kirk, che, a differenza che nella linea principale, muore quando Kirk è un neonato, e il futuro capitano James Tiberius Kirk, cresciuto in questa realtà senza un padre, non può essere lo stesso che noi conoscevamo. Neppure il giovane Spock potrà essere lo stesso:  lui  perde  il  suo  pianeta  e  sua madre  (qui  abbiamo  un’altra  attrice super: Wynona Rider). Il primo film di questa  serie  viene  indicato  erroneamente  in  Italia  con  il  titolo  “Star Trek: il futuro ha inizio” mentre il testo dopo i due punti è solo uno slogan nel manifesto. È stato il primo film di Star Trek ad essersi  aggiudicato  un  premio  Oscar (per la categoria “miglior trucco”) e ha ricevuto  altre  tre  candidature:  miglior sonoro,  migliori  effetti  speciali,  miglior montaggio  sonoro.  La  National  Board Review Award Top Ten Films, una lista dei migliori dieci film dell’anno, selezionati dai membri del National Board of Review of Motion Pictures fin dal 1929, lo pone tra i migliori dieci film del 2009. 
    I fan di Star Trek (e anche chi di Star Trek non sapeva nulla) godettero della visione di Kirk, Spock e McCoy ai tempi dell’accademia. Persino la mitica Kobayashi Maru del giovane Kirk, appena accennata  nel  secondo  film  come  un curioso aspetto della biografia del capitano, viene mostrata nella sua interezza  con  tanto  di  conseguenze  disciplinari. Per la prima volta i personaggi di Star Trek hanno nuovi attori aprendo a  quello che in Discovery e Strange New Worlds sarebbe stata la normalità. Ma qui fu una sfida coraggiosa, Star Wars lo aveva già fatto con una trilogia “prequel”, qui si raccontò di personaggi ai quali poteva accadere qualunque cosa. Se  sappiamo  che  il  giovane  Kenobi non potrà morire in duello essendo un prequel,  la  stessa  assicurazione  non vale  per  nessun  personaggio  di  questa nuova serie cinematografica: tutto può  accadere,  Spock  potrà  perdere  il proprio pianeta, innamorarsi di Uhura, incontrare la sua versione anziana.
    Il film fu molto atteso dai fan di Star Trek e anche dagli ammiratori di Abrams, e godette di una promozione molto forte. I teaser trailer partirono quasi un anno e mezzo prima, preceduti a loro volta da proiezioni cinematografiche in cinquecento sale in USA ed Europa del doppio episodio The Menagerie, caratterizzato dalla presenza del capitano Pike, personaggio  che  avrebbe  avuto  una particolare  importanza  nel  nuovo  Star Trek  cinematografico.  Il  film  ebbe  un buon successo commerciale negli Stati Uniti, e così si volle
realizzare un primo 
sequel, “Into Darkness”. E ancora una volta,  coraggiosamente,  si  ridisegna un  incontro  storico  della  saga,  quello col  villain  Khan,  l’antagonista  di  Kirk nel secondo film. Venne chiamato per questo ruolo un attore fenomenale, Benedict Cumberbatch. Il sequel omaggia il capolavoro “L’ira di Khan” (anch’esso secondo  film  della  serie  cinematografica originale) e ne cita una sequenza, quella dove il capitano Kirk è pronto a sacrificare la propria vita per salvare la nave e il suo equipaggio, con i ruoli di Kirk  e  Spock  invertiti.  Ma  il  film  narra una storia molto diversa, a riprova che non ci troviamo in un remake del film del 1982, ma in un “What if” generato dal fatto che sarebbe stato interessante far incontrare Khan, personaggio fortissimo sin dai tempi della Serie Classica, con l’Enterprise di questa linea temporale. Chi ha criticato “Into Darkness” come un remake poco riuscito de “L’ira di Khan” (tra cui, pare, anche il regista della  pellicola  sel 1982,  Nicholas Meyer) probabilmente non ha afferrato l’operazione;  se  volessimo  guardarla dal mondo di adesso, dove i multiversi dominano i mondi Marvel e DC Comics e Spiderman e Batman incrociano storie e attori di film di serie diverse in un gioco di ipotesi narrative, diramazioni, destini  alternativi,  possiamo  dire  che  “Into  Darkness”  fu  una  narrazione  innovativa, la sfida di riraccontare iconici personaggi  in  una  vicenda  differente.  In  quest’opera,  dove  pathos,  azione ed emozione sono dosati come in ogni buon film d’avventura, c’è (a sorpresa) ancora l’anziano Spock interpretato da Nimoy, qui nella sua ultima apparizione in quel ruolo, che comunica con il suo alter ego giovane dandogli indicazioni interessanti e decisive per la vicenda.
Il  terzo  film,  “Star  Trek  Beyond”,  non 
vide più Abrams alla regia, ma Justin Lin.  I  nostri  attori  c’erano  tutti,  anche il  povero  Anton  Yelchin,  l’interprete del russo Chekov, morto giovanissimo pochi  giorni  prima  che  il  film  venisse proiettato nelle sale. E c’è il ricordo di Spock/Nimoy in un momento toccante della storia.
    A distanza di quindici anni, credo, molti detrattori  dell’operazione  dovrebbero rivedere  alcune  critiche  fatte  all’epoca.  Furono  persino  indicati  come  un difetto  i  molti  effetti  visivi,  inseriti  dal regista  a  indicare  che  una  nuova  era cinematografica  di  Star  Trek  meritava innovazione, ma adesso che Star Trek  ha prodotto moltissimi episodi televisivi dal forte uso di grafica tecnologicamente  avanzata,  è  chiaro  che  questa miniserie  su  grande  schermo  fu  un gioiello  di  spettacolarità.  E  gli  strenui difensori dello “spirito di Star Trek”, tra gli “Spock non avrebbe mai detto” e i “Kirk non avrebbe mai fatto”, forse, col tempo, avranno accettato che i “What if”  vanno  bene  anche  al  cinema  oltre che nei fumetti, e che, a studiare bene la Serie Classica, il metà umano Spock ha riso o si è arrabbiato anche nei primi  telefilm  (e  appunto  lo  farà  ancora nelle nuove serie Discovery e Strange New Worlds con Ethan  Peck  nel  ruolo del Vulcaniano) e Jim Kirk, diamine, è  qui  un  giovane  senza  padre,  non  il capitano cresciuto all’ombra di George Samuel  Kirk.  La  sfida  dell’abbandono della linea temporale canonica, portandosi un pezzo fondamentale di quella ufficiale è, per quell’epoca, un’impresa unica e originale, innovativa quel tanto da spiazzare alcuni ed entusiasmare tanti. E oggi che quei film passano spesso nelle TV generaliste, non si può non  avvertire,  ogni  volta  che  ci  si  imbatte in essi e non si riesce a cambiar canale, che ci troviamo di fronte a opere con un’atmosfera unica e splendida.
    La grande qualità dei 3 film di Star Trek prodotti tra il 2009 e il 2016 è stata determinata dall’aver narrato un universo allo stesso tempo antico e nuovo in una narrazione coinvolgente. Citazioni inevitabili e nuovo linguaggio nel raccontare  grandi  imprese  hanno  catturato sia i fan storici che i nuovi spettatori, in un modo di sicuro studiatissimo nel bilanciare questi elementi per poter raggiungere un vasto pubblico, dato l’imponente  investimento  produttivo.  Un ultimo apprezzamento va alla scelta di affidare a Michael Giacchino la colonna sonora: musiche coinvolgenti, come la  saga  fantastica  più  emozionante  di sempre meritava.
    Ogni tanto vien fuori qualche notizia su un quarto film ambientato in questa linea temporale. Non sono mancati, da otto  anni  a  questa  parte,  rumors  su una  storia  nientepopodimeno  affida -ta  a  Quentin Tarantino,  su  Chris  Pine dapprima  reticente  a  far  parte  ancora di Star Trek, poi desideroso di rivestire i  panni  di  James T.  Kirk.  Mentre  scrivo, il progetto non pare a tutt’oggi abbandonato,  un  quarto  film  conclusivo di  questa  linea  temporale  con  questi attori possiamo aspettarcelo? In fondo Star Trek ha esaudito nei fan i desideri più remoti, dal ritorno della Next Generation in Picard dopo decenni con tutto il cast, alla serie animata comica sulle navi  della  Flotta  stellare,  al  ritorno  di Janeway in nuovissime avventure, alle storie mai narrate di Pike e Spock, e... chissà  quante  altre  meraviglie  sono possibili in questo o in altri universi?

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        L'AUTORE, Francesco Spadaro.

 Sono medico di Assistenza Primaria, e lavoro nel Servizio Sanitario Nazionale dal 1991.
Parallelamente, da decenni coltivo la scrittura e la divulgazione culturale.  
Per dieci anni sono stato redattore dello Star Trek Italia Magazine, collaboro con la rivista Inside Star Trek dal 1997. Sono anche redattore della rivista Fondazione SF, dedicata alla fantascienza.
    Ho pubblicato articoli e racconti vincitori di premi letterari nazionali, tra cui il Premio Italia (3 volte) e Omega Shorts, e contribuito a un libro + audiolibro di racconti narrati da attori italiani di primo piano ("Le parole per dirlo", Gemma Edizioni). Il mio blog navarca.blog raccoglie racconti, articoli e recensioni, ed è seguito da migliaia di persone.
    Negli ultimi anni ho dedicato sempre più tempo alla novellizzazione di sceneggiature "perdute" create per Star Trek da grandi autori della fantascienza (Sheckley, P.J.Farmer, Van Vogt, Spinrad...) nella rubrica “Lost Trek”, curata da Marcello Rossi (che da tempo recupera le storie dimenticate della Flotta Stellare), pubblicata sulla rivista INSIDE STAR TREK e presto in volume.
    Ho scritto un romanzo, "Il riflesso imperfetto"(ne svelo qui il titolo per la prima volta), che rappresenta il punto di convergenza tra ciò che scrivo, ciò che sono, e ciò che temo e spero del futuro. È una distopia con un’anima malinconica e grottesca, sospesa tra il thriller politico, la fiaba adulta e l’assurdo. È attualmente in attesa di pubblicazione.

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"IL RIFLESSO IMPERFETTO"
(Romanzo di Francesco Spadaro)
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sabato 8 novembre 2025

Troppe parole


 
    L’ambulatorio del dottor Ferri era sempre stato un luogo impersonale, asettico, in cui le visite si svolgevano con la rapidità di una rotativa di un quotidiano. Entravi, dicevi il problema, ricevevi una prescrizione e uscivi, il tutto in meno di cinque minuti. Nessuna chiacchiera inutile, nessuna parola di conforto.
Ma ora... ora era diverso.
    Angela sedeva nella sala d'attesa, fissando la porta dello studio con un misto di curiosità e inquietudine. Non era solo il tempo che il medico dedicava ai pazienti ad essere cambiato, ma il modo in cui parlava, in cui sorrideva. Sembrava... genuinamente interessato alle persone. Forse troppo.  
Quando la porta si aprì e il paziente precedente uscì con un sorriso soddisfatto, Angela entrò nel piccolo studio. Il dottor Ferri le sorrise calorosamente e la invitò a sedersi con un gesto morbido della mano.  
"Angela, come va il dolore alla schiena? Dormi meglio adesso, vero?". chiese con un tono che non aveva mai usato prima.  
Angela annuì lentamente, confusa. "Sì, grazie, dottore... va meglio" .
Ferri le rivolse un sorriso rassicurante. "Bene. Immagino che con la promozione che hai avuto al lavoro tu abbia avuto più stress del solito, vero? Il nuovo capo non dev’essere facile da gestire…". 
Angela sbatté le palpebre. "Come fa a saperlo?".  
Ferri inclinò la testa con naturalezza. "Oh, be’, immagino che sia normale nella tua posizione... e poi tua madre, la signora Giulia, me ne aveva accennato quando è venuta per la sua pressione alta". 
Angela si irrigidì. Sua madre non aveva mai parlato al dottor Ferri di quelle cose. Mai.  
Lui continuò, come se nulla fosse. "E mi raccomando, niente dolci per un po'. So quanto ti piace quella torta alla crema che compri sempre nella pasticceria vicino casa”.
    Angela si sentì attraversare da un brivido. Ferri sorrideva, ma c'era qualcosa di sbagliato nel suo sorriso. Come se ogni sua parola fosse calcolata, come se sapesse troppo. Troppo di lei, troppo della sua vita.  
Fece un passo indietro, stringendo nervosamente la borsa. "Dottore, mia madre non le avrebbe mai parlato del mio lavoro. E io... non le ho mai detto della pasticceria”.  
Ferri rimase impassibile per un istante, poi sorrise di nuovo, in modo ancora più caldo. "Oh, devi avermelo detto senza farci caso. Sai, ho una buona memoria”.
Angela annuì lentamente, ma dentro di sé sapeva che c’era qualcosa di profondamente sbagliato.

(Estratto dal mio romanzo inedito "IL RIFLESSO IMPERFETTO",
di prossima pubblicazione)
CLICCA QUI 👉 📕 PER SAPERNE DI PIÚ

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"IL RIFLESSO IMPERFETTO"
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       L'AUTORE, Francesco Spadaro.

 Sono medico di Assistenza Primaria, e lavoro nel Servizio Sanitario Nazionale dal 1991.
Parallelamente, da decenni coltivo la scrittura e la divulgazione culturale.  
Per dieci anni sono stato redattore dello Star Trek Italia Magazine, collaboro con la rivista Inside Star Trek dal 1997. Sono anche redattore della rivista Fondazione SF, dedicata alla fantascienza.
    Ho pubblicato articoli e racconti vincitori di premi letterari nazionali, tra cui il Premio Italia (3 volte) e Omega Shorts, e contribuito a un libro + audiolibro di racconti narrati da attori italiani di primo piano ("Le parole per dirlo", Gemma Edizioni). Il mio blog navarca.blog raccoglie racconti, articoli e recensioni, ed è seguito da migliaia di persone.
    Negli ultimi anni ho dedicato sempre più tempo alla novellizzazione di sceneggiature "perdute" create per Star Trek da grandi autori della fantascienza (Sheckley, P.J.Farmer, Van Vogt, Spinrad...) nella rubrica “Lost Trek”, curata da Marcello Rossi (che da tempo recupera le storie dimenticate della Flotta Stellare), pubblicata sulla rivista INSIDE STAR TREK e presto in volume.
    Ho scritto un romanzo, "Il riflesso imperfetto", che rappresenta il punto di convergenza tra ciò che scrivo, ciò che sono, e ciò che temo e spero del futuro. È una distopia con un’anima malinconica e grottesca, sospesa tra il thriller politico, la fiaba adulta e l’assurdo.
È attualmente in attesa di pubblicazione.

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mercoledì 29 ottobre 2025

Fuori posto

    Quella mattina Aldo aveva camminato a lungo. Si accorse, a un certo punto, di avere mal di testa. Riconobbe il sintomo: aveva sudato abbastanza, sia per lo stress di quella giornata che per la camminata, era disidratato. Pur essendo quasi giunto a casa, decise di fermarsi al Bar Brezza Marina, dove spesso andava a fare colazione, per bere una bottiglia d’ acqua minerale.
    Aldo entrò nel bar con passo stanco. Il barista lo salutò con un cenno distratto mentre preparava caffè su caffè per clienti frettolosi. Aldo pronunciò a voce alta: “Buongiorno, vorrei una bottiglia di acqua frizzante. E mezzo limone, per piacere”. Ma appena si avvicinò al bancone, notò qualcosa che lo fece trasalire.  
Di spalle, davanti alla slot machine, c’era Renzo Pozzi.  
    Pozzi era un professore di filosofia, insegnava al liceo classico ed era noto per le sue invettive contro il consumismo, il neoliberismo, l’appiattimento culturale della società moderna. Aldo lo conosceva da anni, i loro discorsi sulla politica e la cultura lo avevano sempre divertito. Era un intellettuale di sinistra, colto, razionale, un difensore della logica e del libero pensiero.
Ma ora era lì, a infilare monetine nella slot machine, con lo sguardo fisso sullo schermo lampeggiante.  
Aldo si avvicinò lentamente, osservandolo con una strana inquietudine. Sembrava lui, eppure non sembrava lui. C’era qualcosa di sbagliato, un dettaglio fuori posto che non riusciva a cogliere.
Dopo alcuni minuti, il professore sospirò, batté il palmo sul fianco della macchinetta e tornò al bancone. Il barista gli servì un caffè lungo, mentre Pozzi iniziava a discorrere con il tono rilassato di chi parla del più e del meno.
"Hai sentito quel Generale ieri sera in TV?" disse, addolcendo il caffè con un cucchiaino di zucchero. "Finalmente qualcuno che dice le cose come stanno".  
Aldo quasi si strozzò con l’acqua minerale che stava sorseggiando: "Scusa, che hai detto?".  
Pozzi lo guardò, sollevando un sopracciglio. "Che quel Generale ha ragione. Basta con questa dittatura del pensiero unico, con la narrazione buonista. È ora di dire le cose senza ipocrisie".  
Aldo posò lentamente il cucchiaino sul piattino. La mano leggermente tesa. Era uno scherzo?  
"Renzo, tu hai passato la vita a spiegare ai tuoi studenti che il pensiero critico si basa sull’analisi, non sulla retorica da quattro soldi. Ora mi dici che ti fidi delle sparate populiste di un generale qualunque?".  
Pozzi si strinse nelle spalle. "Non è populismo, Aldo. È realismo. La gente è stufa, vuole sicurezza, vuole ordine".  
    Aldo sentì un’ondata di disagio percorrergli la schiena. Non era solo il contenuto delle parole a disturbarlo. Era il modo in cui le diceva.  
Renzo Pozzi aveva sempre argomentato con precisione, smontando le tesi avversarie con logica e ironia. Ma ora parlava con una certezza piatta, quasi automatica, come se stesse recitando un copione. Come se fosse una brutta copia del vero Renzo Pozzi.  
"Sei sicuro di stare bene?". chiese Aldo, cercando di mantenere la voce neutra.  
Pozzi rise. "Mai stato meglio. Dovresti aprire gli occhi, Aldo. Il mondo sta cambiando".

(Estratto dal mio romanzo inedito "IL RIFLESSO IMPERFETTO",
attualmente in valutazione editoriale)
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Per dieci anni sono stato redattore dello Star Trek Italia Magazine, collaboro con la rivista Inside Star Trek dal 1997. Sono anche redattore della rivista Fondazione SF, dedicata alla fantascienza.
    Ho pubblicato articoli e racconti vincitori di premi letterari nazionali, tra cui il Premio Italia (3 volte) e Omega Shorts, e contribuito a un libro + audiolibro di racconti narrati da attori italiani di primo piano ("Le parole per dirlo", Gemma Edizioni). Il mio blog navarca.blog raccoglie racconti, articoli e recensioni, ed è seguito da migliaia di persone.
    Negli ultimi anni ho dedicato sempre più tempo alla novellizzazione di sceneggiature "perdute" create per Star Trek da grandi autori della fantascienza (Sheckley, P.J.Farmer, Van Vogt, Spinrad...) nella rubrica “Lost Trek”, curata da Marcello Rossi (che da tempo recupera le storie dimenticate della Flotta Stellare), pubblicata sulla rivista INSIDE STAR TREK e presto in volume.
    Ho scritto un romanzo, "Il riflesso imperfetto", che rappresenta il punto di convergenza tra ciò che scrivo, ciò che sono, e ciò che temo e spero del futuro. È una distopia con un’anima malinconica e grottesca, sospesa tra il thriller politico, la fiaba adulta e l’assurdo.
 È attualmente in attesa di pubblicazione.


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