sabato 15 aprile 2023

Messina caput mundi

   
[Questo articolo è candidato al "PREMIO ITALIA 2023" come "Articolo su pubblicazione amatoriale"]

“Sarebbe come, una mattina, svegliarsi ed essere a Messina” cantava Roberto Vecchioni in una canzone del suo album del 1973 Il re non si diverte, intitolata Messina. Con quel brano il cantautore lombardo volle descrivere con una metafora “quel senso d'insicurezza, quel sentirsi fuori posto che molti proverebbero svegliandosi all'improvviso in un luogo estraneo, contrario alle proprie abitudini. Così come Messina avrei potuto dire Sidney 
(sic) o New York”, come lui stesso ha scritto nelle note del disco.
    L’anno prima, da lettore di fantascienza siciliano, mi trovai a provare la sensazione opposta. C’era qualcosa di familiare in un volume in edicola: Messina era nel titolo italiano di un numero di Urania, I condannati di Messina di Ben Bova (Urania n. 601 del
17 settembre 1972).  La spiegazione del titolo italiano del volume (in origine intitolato Exiled from 
Earth
, letteralmente Esiliati dalla Terra) la troviamo sul retro di copertina del volume della 
collana che all’epoca era curata da Carlo Fruttero e Franco Lucentini: “Farà piacere ai nostri lettori siciliani sapere che in un futuro più o meno lontano Messina è destinata a diventare sede del
supergoverno mondiale. La città, certo, non sarà più la stessa. Torri e palazzi fantascientifici domineranno lo stretto; uomini dotati d'immenso potere e carichi d'immense responsabilità guarderanno pensosi verso la Calabria; e celebri scienziati di tutto il mondo si ritroveranno, sbigottiti, a Messina, trasportati qui con le buone e con le cattive insieme alle loro famiglie. Una gravissima decisione è stata presa al più alto livello: ancora una volta la scienza sta per mettere in pericolo mortale non solo la società ma l'umanità stessa. E la scienza deve essere messa in condizioni di non nuocere. L'ordine spietato (o pietoso?), necessario (o criminale?) partirà da Messina”. 

    Per noi siciliani che a quel tempo eravamo ragazzetti divoratori della collana, ma anche per tutti quelli che dopo si sono ritrovati ad avere per le mani quel piccolo volumetto, fu una doppia sorpresa: non solo il nome di una città a loro familiare compariva nel titolo di 
un romanzo di fantascienza ma, per di più, nel romanzo la città era addirittura la capitale dell’intero pianeta!
    Lessi quel romanzo e, da allora, ogni volta che mi reco a Messina, la contemplo per qualche 
istante capitale del mondo.
Ecco come la descrive il romanzo:
    "C'era poco da vedere di Messina Antica. La città originaria, con le sue vecchie chiese e le case di un bianco abbagliante sotto il sole violento della Sicilia, era stata inghiottita dalle torri di vetro e metallo del governo mondiale, un complesso che comprendeva uffici, centri per congressi, alberghi, edifici residenziali, negozi e quartieri di divertimento, destinati ai cinque milioni di uomini e donne cui era toccato in sorte di governare gli altri venti miliardi di abitanti, sparsi per tutto il pianeta. [...]
    Se non altro siamo riusciti a salvare parte della città vecchia, pensò [il Presidente]. Era stato uno dei suoi primi successi, in politica mondiale. Una cosa minima; comunque, lui aveva contribuito a 
contenere la crescita di Messina Nuova, prima che questa soffocasse e inghiottisse del tutto la città 
antica. Da quasi trent'anni, ormai, il nuovo centro aveva mantenuto le stesse proporzioni. Al di là 
delle imbarcazioni da pesca allineate nel porto, lo stretto brillava nel sole, invitante. Più lontano, 
c'era la punta dello stivale d'Italia, la Calabria, dove i contadini conservavano ancora l'antica fierezza. E, oltre le alture velate e azzurrine della Calabria, luccicanti sotto il calore, l'azzurro più intenso del cielo era troppo luminoso per potervi fissare lo sguardo."


Il romanzo I condannati di Messina (Exiled from Earth, 1971), fu pubblicato per la prima volta sulla rivista Galaxy Science Fiction in due puntate uscite nei numeri di gennaio e febbraio del 1971, per essere poi ristampato nell'ottobre dello stesso anno in un volume unico in 
edizione paperback ed essere, quindi, pubblicato in Italia sul n. 601 di Urania nel 1972 nella traduzione di Bianca Russo. Si tratta del primo volume di una trilogia che prosegue con L'astronave dei ventimila (Flight of Exiles, 1972), pubblicato in Italia nel 1977 sul n. 720 
di Urania nella traduzione di Angela Campana, e End of Exile (1975), mai pubblicato in Italia come volume a sé, ma contenuto, nella 
traduzione di Beata Della Frattina e con il titolo Ritorno dall’esilio, nel volume n. 9 della collana Biblioteca di Urania, intitolato L’astronave dell’esilio e pubblicato nel 1981, che contiene l’intera trilogia così come era stata raccolta per la prima volta in volume negli Stati Uniti nel 1980 sotto il titolo The Exile Trilogy.

    L’autore, Ben Bova, al secolo Benjamin William Bova, nacque l’8 novembre 1932 a Filadelfia, in Pennsylvania. Iniziò a pubblicare alla fine degli anni 50, scrivendo oltre 120 opere. Nel 1971 divenne curatore della rivista Analog, ruolo che ricoprì dal 1972 al 1978 e, in seguito, del mensile Omni fino al 1981. Scrisse anche per la TV e il cinema. Suo è il romanzo THX 1138 (THX 1138, 1971), Urania n. 776,  trasposizione letteraria del primo lungometraggio diretto da George Lucas, uscito in Italia con il titolo L'uomo che fuggì dal futuro.  Altri suoi romanzi pubblicati in Italia sono: Il presidente moltiplicato (The Multiple Man, 1976), Urania n. 714; La prova del fuoco (Test of Fire, 1982), Urania n. 960; I guardiani del mondo (Peacekeepers,1988) ), Urania n. 1227; Sogno mortale (Death Dream, 1994), Urania n. 1314. 
    Oltre all’Astronave dell’esilio, Bova scrisse molte altre saghe (tra le quali ricordiamo Watchmen, Orion, Kinsman, Moonrise), nessuna delle quali purtroppo è stata pubblicata per intero in Italia. Solo il ciclo degli esiliati è fruibile per intero dai lettori italiani. Come curatore di antologie, Bova vinse per sei volte il Premio Hugo, dal 1973 al 1977 e nel 1979. Fu presidente della Science Fiction Writers of America e presidente emerito della National Space Society. Morì il 29 novembre 2020 a Naples, in Florida, per ictus e complicazioni da COVID-19.

     Da anni ci chiediamo “Perché Messina? Per quale motivo proprio la bella città siciliana è 
stata designata da un autore americano come capitale del pianeta in questa serie di romanzi?”. La motivazione non è indicata all’interno della trilogia, ma possiamo pensare che il suo cognome, Bova, diffuso nel meridione d’Italia, indichi origini italiane dello scrittore. Nel 2014, in vista di una mia conferenza all’Aetnacon (la convention siciliana della fantascienza e del fantastico) nella quale
avrei parlato di quest’opera, non trovando in rete informazioni a riguardo, decisi di contattare direttamente l’autore attraverso il suo sito ufficiale. Ben Bova mi rispose a stretto giro di posta elettronica:

    Caro Francesco Spadaro,
ho fatto di Messina la capitale del mondo principalmente per un mio 
capriccio, sebbene la mia ascendenza sia calabrese. 
C’è una città chiamata Bova sulle colline e un porto chiamato Bovalino fu costruito dopo la seconda guerra mondiale. 
Ciao, Ben Bova


        È quindi a Messina che, nel primo volume  della trilogia, il Governo Mondiale prende una decisione drastica: sacrificare 2000 scienziati per salvaguardare la vita e il futuro di 20 miliardi di persone. Questi scienziati sono a 
vario titolo coinvolti in progetti che, attraverso la manipolazione genetica, potrebbero portare alla creazione di una genìa di superuomini. Il loro esilio su un’isolata stazione orbitale sembra la scelta obbligata per frenare le conseguenze dello sviluppo e delle applicazioni dell’eugenetica. Gli scienziati decidono però di trasformare la stazione in un’astronave generazionale e di partire verso Alfa Centauri alla ricerca di un nuovo pianeta da colonizzare.
   
Nel secondo volume, ambientato circa cinquant’anni dopo la fine del primo, la popolazione dell’astronave è più che raddoppiata, ma si scopre che il pianeta simile alla Terra individuato nei pressi di Alfa Centauri è in realtà inadatto alla vita umana. Viene trovato un nuovo possibile mondo abitabile nel sistema di Epsilon Indi e l’astronave intraprende un nuovo viaggio di altri cinquant’anni verso questa nuova meta.

    Il terzo volume è ambientato diverse generazioni dopo la conclusione del precedente. 
L’astronave è popolata da ragazzi che non conoscono le proprie origini e non sanno usare le macchine della nave. La storia di 
questi giovani che devono “ricominciare da zero” nello spazio profondo è molto interessante e Bova conclude la trilogia in uno scenario completamente diverso da quello iniziale, creando quasi una storia completamente nuova e indipendente dalle vicende 
precedenti, tanta e tale è la perdita di informazioni da parte dei protagonisti.
   
    I tre romanzi sono molto diversi l’uno dall’altro: l’autore ci offre gruppi di protagonisti sostanzialmente differenti e situazioni del tutto diverse, a segnare come il passare dei decenni operi un cambiamento di scenari e 
persone. Non date retta a chi definisce questa saga come “per ragazzi”. Il fatto che i protagonisti dell’avventura finale siano degli adolescenti non vuol dire che la storia debba rientrare nel genere “young adult”; anzi, lo sguardo su ogni capitolo della vicenda è compiuto e maturo. Se inizialmente si parte incuriositi da un titolo italiano insolito, perché pone la città dello stretto come capitale mondiale, ci si trova poi di fronte a una saga affascinante, 
dove la vicenda dell’astronave generazionale è trattata in modo originale. E soprattutto ci troviamo a riflettere, attraverso queste storie, 
sulle implicazioni dell’ingegneria genetica, un tema che la fantascienza ha colto in tutte le sue possibilità e conseguenze non appena questo è stato definito in ambito scientifico.

    Il concetto di ingegneria genetica fu introdotto, infatti, dal biologo statunitense Rollin Douglas Hotchkiss nel 1965, per designare l’insieme delle tecniche volte a trasferire nella struttura della cellula di un essere vivente alcune informazioni genetiche che altrimenti non avrebbe avuto. E il primo passo concreto di tali tecniche di manipolazione dei geni è stato certamente la scoperta degli enzimi di restrizione, per la quale Werner Arber, Daniel Nathans e Hamilton Smith ricevettero il Premio 
Nobel per la Medicina
nel 1978.

    Come abbiamo già detto, il primo dei romanzi di Bova è del 1971 e, negli anni precedenti, 
era già stato preceduto, ad esempio, dalla storia narrata in Spazio profondo (Space Seed), episodio della prima stagione della Serie Classica del telefilm Star Trek trasmesso per la prima volta negli Stati Uniti il 16 febbraio 1967, appena due anni dopo le prime definizioni accademiche ufficiali sull’argomento!        Nell’episodio, l’astronave Enterprise guidata dal Capitano James T. Kirk incontra un gruppo di
potenziati, persone modificate geneticamente per essere dei veri e propri superuomini, spinti dalla loro ambizione a cercare di dominare il mondo e fuggiti dopo che il resto dell’umanità si era ribellata e li aveva sconfitti nel corso delle guerre eugenetiche. Il loro capo, Khan Noonien Singh, cerca di impadronirsi dell'Enterprise ma, dopo varie peripezie, viene sconfitto da Kirk, che lo esilia insieme al suo equipaggio sul pianeta Ceti Alpha V.  L’episodio ha avuto un seguito e una conclusione 
nel film Star Trek II – L’ira di Khan (Star Trek II: The Wrath of Khan, 1982), nonché un successivo reboot all’interno del cosiddetto kelvin-verse della saga, nel film Into Darkness – Star Trek (Star Trek Into Darkness, 2013).
    Da notare come in entrambe le storie, sia in Star Trek che nella saga di Ben Bova, l’esilio
viene utilizzato come strumento risolutivo, ma con finalità diverse: nel telefilm per porre 
riparo alle conseguenze dell’ingegneria genetica, che tendono a sfuggire al controllo degli 
esseri umani; nell’opera letteraria, invece, a scopo preventivo, affinché non si possano 
verificare le condizioni che porteranno allo sviluppo di quella tecnologia e alle sue conseguenze sulla collettività terrestre.
     
    Un altro particolare interessante nello sviluppo narrativo del tema della manipolazione 
genetica nell’opera di Bova e nella fantascienza successiva è dato dalla presenza di Grande 
George
, un gorilla senziente capace di parlare, nel laboratorio segreto degli scienziati del romanzo 
I condannati di Messina. Un'idea molto simile la ritroveremo nel personaggio di Caesar, lo 
scimpanzé che crea la società di scimmie intelligenti nel reboot della saga cinematografica de Il pianeta delle scimmie, la trilogia di film L’alba del pianeta delle scimmie (Rise of the Planet of the Apes, 2011), Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie (Dawn of the Planet of the Apes,2014) e The War – Il pianeta delle scimmie (War for the Planet of the Apes, 2017). In questa saga, l’evoluzione degli scimpanzé e la guerra tra questi e gli esseri umani nascono da un esperimento di genetica su scimmie di laboratorio volto a sconfiggere il morbo di Alzheimer.
In tutte queste connessioni tra letteratura, televisione e cinema di ieri e di oggi non c’è niente di strano. Quando ci ritroviamo a scrivere di saghe fantascientifiche è facile ritrovare molte cose “già viste” o che ce ne ricordano altre. Rammentiamo sempre che, spesso, in quei casi, abbiamo davanti quella che all’epoca era una nuova idea, e che ciò che genera mirabolanti saghe nell’immenso mondo della narrazione, nelle sue molteplici forme, ha dei silenziosi archetipi nascosti tra volumi oggi impolverati.
    
    Cinema, letteratura, televisione, scienza… è o non è questo l’intreccio che ci fa amare la fantascienza in generale? E, in fondo, svegliarsi una mattina ed essere in Sicilia non è davvero male: è un’esperienza fantastica, sia o no l’isola il centro del mondo conosciuto
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Questo articolo è pubblicato nel numero 30 di Fondazione Science Fiction Magazine. La fanzine (114 pagine di articoli, racconti, fumetti) può essere richiesta scrivendo a fondazionesf@gmail.com .
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