lunedì 2 febbraio 2026

Quando il futuro ricominciò

     Questo articolo è stato pubblicato nel numero 225-226 (fbbraio/marzo 2025) della rivista INSIDE STAR TREK . All' indirizzo https://www.stic.it/stic_rivista.html trovate un assaggio della rivista (che contiene interviste, novità e recensioni sul mondo di Star Trek) e le modalità per riceverla.
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    Nell' anno 2009, in  un  momento  nel quale la saga di Star Trek non aveva nuovi episodi trasmessi in TV da quattro anni, al cinema arrivò un nuovo film con quelle due parole magiche nel titolo: Star Trek.
    Questa  è  la  narrazione  di  un’opera senza precedenti nella storia della fantascienza televisiva e cinematografica, dei  sette anni  che  videro davvero  ciò che nessuno aveva mai visto prima.
    J.J. Abrams, infatti, (reduce dalla serie LOST, che aveva avuto un grandissimo successo) ebbe in mano l’occasione di poter  dirigere  l’undicesimo  film  della serie, e lo fece in una maniera mai vista nella storia della saga: pensò di poter realizzare un sogno di Gene Roddenberry, il quale aveva dichiarato che gli sarebbe  piaciuto  che  un  giorno  i  suoi personaggi fossero interpretati da altri attori e narrati da altri autori per nuove storie della serie per la quale aveva dato tantissimo. Il desiderio che i suoi personaggi  potessero  vivere  oltre la sua creazione originale rifletteva la sua visione di un mondo in continua evoluzione, in cui storie e personaggi potevano crescere e cambiare nel tempo.
    Star  Trek,  il  film  del  2009,  non  fu  un 
vero e proprio reboot (il personaggio di Spock, interpretato da Leonard Nimoy, era lo stesso che avevamo visto in ogni episodio  della  Serie  Classica,  di  The Next Generation, e nei 6 film nei quali è tra i protagonisti), non fu uno spin off (narrava  un  “altrove”,  ma  i personaggi  non  erano  altro  che  gli  stessi  delle precedenti avventure con Spock, compreso un altro Spock più giovane), non fu (del tutto) un sequel, perché se per l’anziano Spock la sua vita terrena continuava come in una puntata successiva dedicata alle sue avventure, per tutti gli altri vi è un riavvio delle proprie vicende, a partire da un evento che crea una linea temporale alternativa.
Gli universi alternativi sono stati, sono e saranno usati in tutti i modi per narrare una storia su passaggi tra diverse realtà, ma stavolta è un universo alternativo che ha creato una nuova incredibile  “serie cinematografica”. Tre  film che  non  furono  appena  un  omaggio alla Serie Classica o allo spirito di Star Trek, ma una ricca e spettacolare serie di Star Trek, dove tutto il bene della creazione  di  Roddenberry  intrattenne  noi spettatori nel modo migliore possibile  per  quei  tempi.  L’era  dei  network televisivi non era nel suo miglior periodo, lo streaming delle piattaforme era ancora lì da venire, il cinema era una miniera  dove  i  film  con  saghe  spettacolari la facevano da padrone. Ricordo come vi fossero forti dissensi su questa operazione: alla fine questa “serie”, composta  da  3  episodi  in  8  anni,  era poca cosa rispetto alle centinaia di episodi che la TV ci aveva dato. Qualcuno, per rafforzare il proprio non gradimento dell’operazione, che appariva come un voler mettere una pietra sopra il sogno dei fan di veder proseguire le vicende della  Flotta  Stellare  con  Picard,  Janeway, Data etc., criticava ogni aspetto di questi film. Ma il taglio cinematografico invece aveva schierato grandi mezzi che diedero dei prodotti di altissima qualità. Gli attori scelti erano tutti interpreti di successo, sicuramente bravi ed azzeccatissimi per interpretare gli iconici  eroi  della  serie  classica.  Zachary Quinto riuscì a creare il suo Spock con la difficilissima prova di dover recitare accanto all’originale, Chris Pine resse i  film  da  perfetto  protagonista,  dimostrando anche il suo talento in altre produzioni di quegli anni. Zoe Saldaña fu una scelta perfetta, ricordiamoci che è l’attrice che detiene il record di essere la prima interprete ad aver preso parte a quattro film che hanno superato i 2 miliardi al botteghino. Non si badò a spese: Chris  Hemsworth  interpretò  il padre di Kirk, che, a differenza che nella linea principale, muore quando Kirk è un neonato, e il futuro capitano James Tiberius Kirk, cresciuto in questa realtà senza un padre, non può essere lo stesso che noi conoscevamo. Neppure il giovane Spock potrà essere lo stesso:  lui  perde  il  suo  pianeta  e  sua madre  (qui  abbiamo  un’altra  attrice super: Wynona Rider). Il primo film di questa  serie  viene  indicato  erroneamente  in  Italia  con  il  titolo  “Star Trek: il futuro ha inizio” mentre il testo dopo i due punti è solo uno slogan nel manifesto. È stato il primo film di Star Trek ad essersi  aggiudicato  un  premio  Oscar (per la categoria “miglior trucco”) e ha ricevuto  altre  tre  candidature:  miglior sonoro,  migliori  effetti  speciali,  miglior montaggio  sonoro.  La  National  Board Review Award Top Ten Films, una lista dei migliori dieci film dell’anno, selezionati dai membri del National Board of Review of Motion Pictures fin dal 1929, lo pone tra i migliori dieci film del 2009. 
    I fan di Star Trek (e anche chi di Star Trek non sapeva nulla) godettero della visione di Kirk, Spock e McCoy ai tempi dell’accademia. Persino la mitica Kobayashi Maru del giovane Kirk, appena accennata  nel  secondo  film  come  un curioso aspetto della biografia del capitano, viene mostrata nella sua interezza  con  tanto  di  conseguenze  disciplinari. Per la prima volta i personaggi di Star Trek hanno nuovi attori aprendo a  quello che in Discovery e Strange New Worlds sarebbe stata la normalità. Ma qui fu una sfida coraggiosa, Star Wars lo aveva già fatto con una trilogia “prequel”, qui si raccontò di personaggi ai quali poteva accadere qualunque cosa. Se  sappiamo  che  il  giovane  Kenobi non potrà morire in duello essendo un prequel,  la  stessa  assicurazione  non vale  per  nessun  personaggio  di  questa nuova serie cinematografica: tutto può  accadere,  Spock  potrà  perdere  il proprio pianeta, innamorarsi di Uhura, incontrare la sua versione anziana.
    Il film fu molto atteso dai fan di Star Trek e anche dagli ammiratori di Abrams, e godette di una promozione molto forte. I teaser trailer partirono quasi un anno e mezzo prima, preceduti a loro volta da proiezioni cinematografiche in cinquecento sale in USA ed Europa del doppio episodio The Menagerie, caratterizzato dalla presenza del capitano Pike, personaggio  che  avrebbe  avuto  una particolare  importanza  nel  nuovo  Star Trek  cinematografico.  Il  film  ebbe  un buon successo commerciale negli Stati Uniti, e così si volle
realizzare un primo 
sequel, “Into Darkness”. E ancora una volta,  coraggiosamente,  si  ridisegna un  incontro  storico  della  saga,  quello col  villain  Khan,  l’antagonista  di  Kirk nel secondo film. Venne chiamato per questo ruolo un attore fenomenale, Benedict Cumberbatch. Il sequel omaggia il capolavoro “L’ira di Khan” (anch’esso secondo  film  della  serie  cinematografica originale) e ne cita una sequenza, quella dove il capitano Kirk è pronto a sacrificare la propria vita per salvare la nave e il suo equipaggio, con i ruoli di Kirk  e  Spock  invertiti.  Ma  il  film  narra una storia molto diversa, a riprova che non ci troviamo in un remake del film del 1982, ma in un “What if” generato dal fatto che sarebbe stato interessante far incontrare Khan, personaggio fortissimo sin dai tempi della Serie Classica, con l’Enterprise di questa linea temporale. Chi ha criticato “Into Darkness” come un remake poco riuscito de “L’ira di Khan” (tra cui, pare, anche il regista della  pellicola  sel 1982,  Nicholas Meyer) probabilmente non ha afferrato l’operazione;  se  volessimo  guardarla dal mondo di adesso, dove i multiversi dominano i mondi Marvel e DC Comics e Spiderman e Batman incrociano storie e attori di film di serie diverse in un gioco di ipotesi narrative, diramazioni, destini  alternativi,  possiamo  dire  che  “Into  Darkness”  fu  una  narrazione  innovativa, la sfida di riraccontare iconici personaggi  in  una  vicenda  differente.  In  quest’opera,  dove  pathos,  azione ed emozione sono dosati come in ogni buon film d’avventura, c’è (a sorpresa) ancora l’anziano Spock interpretato da Nimoy, qui nella sua ultima apparizione in quel ruolo, che comunica con il suo alter ego giovane dandogli indicazioni interessanti e decisive per la vicenda.
Il  terzo  film,  “Star  Trek  Beyond”,  non 
vide più Abrams alla regia, ma Justin Lin.  I  nostri  attori  c’erano  tutti,  anche il  povero  Anton  Yelchin,  l’interprete del russo Chekov, morto giovanissimo pochi  giorni  prima  che  il  film  venisse proiettato nelle sale. E c’è il ricordo di Spock/Nimoy in un momento toccante della storia.
    A distanza di quindici anni, credo, molti detrattori  dell’operazione  dovrebbero rivedere  alcune  critiche  fatte  all’epoca.  Furono  persino  indicati  come  un difetto  i  molti  effetti  visivi,  inseriti  dal regista  a  indicare  che  una  nuova  era cinematografica  di  Star  Trek  meritava innovazione, ma adesso che Star Trek  ha prodotto moltissimi episodi televisivi dal forte uso di grafica tecnologicamente  avanzata,  è  chiaro  che  questa miniserie  su  grande  schermo  fu  un gioiello  di  spettacolarità.  E  gli  strenui difensori dello “spirito di Star Trek”, tra gli “Spock non avrebbe mai detto” e i “Kirk non avrebbe mai fatto”, forse, col tempo, avranno accettato che i “What if”  vanno  bene  anche  al  cinema  oltre che nei fumetti, e che, a studiare bene la Serie Classica, il metà umano Spock ha riso o si è arrabbiato anche nei primi  telefilm  (e  appunto  lo  farà  ancora nelle nuove serie Discovery e Strange New Worlds con Ethan  Peck  nel  ruolo del Vulcaniano) e Jim Kirk, diamine, è  qui  un  giovane  senza  padre,  non  il capitano cresciuto all’ombra di George Samuel  Kirk.  La  sfida  dell’abbandono della linea temporale canonica, portandosi un pezzo fondamentale di quella ufficiale è, per quell’epoca, un’impresa unica e originale, innovativa quel tanto da spiazzare alcuni ed entusiasmare tanti. E oggi che quei film passano spesso nelle TV generaliste, non si può non  avvertire,  ogni  volta  che  ci  si  imbatte in essi e non si riesce a cambiar canale, che ci troviamo di fronte a opere con un’atmosfera unica e splendida.
    La grande qualità dei 3 film di Star Trek prodotti tra il 2009 e il 2016 è stata determinata dall’aver narrato un universo allo stesso tempo antico e nuovo in una narrazione coinvolgente. Citazioni inevitabili e nuovo linguaggio nel raccontare  grandi  imprese  hanno  catturato sia i fan storici che i nuovi spettatori, in un modo di sicuro studiatissimo nel bilanciare questi elementi per poter raggiungere un vasto pubblico, dato l’imponente  investimento  produttivo.  Un ultimo apprezzamento va alla scelta di affidare a Michael Giacchino la colonna sonora: musiche coinvolgenti, come la  saga  fantastica  più  emozionante  di sempre meritava.
    Ogni tanto vien fuori qualche notizia su un quarto film ambientato in questa linea temporale. Non sono mancati, da otto  anni  a  questa  parte,  rumors  su una  storia  nientepopodimeno  affida -ta  a  Quentin Tarantino,  su  Chris  Pine dapprima  reticente  a  far  parte  ancora di Star Trek, poi desideroso di rivestire i  panni  di  James T.  Kirk.  Mentre  scrivo, il progetto non pare a tutt’oggi abbandonato,  un  quarto  film  conclusivo di  questa  linea  temporale  con  questi attori possiamo aspettarcelo? In fondo Star Trek ha esaudito nei fan i desideri più remoti, dal ritorno della Next Generation in Picard dopo decenni con tutto il cast, alla serie animata comica sulle navi  della  Flotta  stellare,  al  ritorno  di Janeway in nuovissime avventure, alle storie mai narrate di Pike e Spock, e... chissà  quante  altre  meraviglie  sono possibili in questo o in altri universi?

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        L'AUTORE, Francesco Spadaro.

 Sono medico di Assistenza Primaria, e lavoro nel Servizio Sanitario Nazionale dal 1991.
Parallelamente, da decenni coltivo la scrittura e la divulgazione culturale.  
Per dieci anni sono stato redattore dello Star Trek Italia Magazine, collaboro con la rivista Inside Star Trek dal 1997. Sono anche redattore della rivista Fondazione SF, dedicata alla fantascienza.
    Ho pubblicato articoli e racconti vincitori di premi letterari nazionali, tra cui il Premio Italia (3 volte) e Omega Shorts, e contribuito a un libro + audiolibro di racconti narrati da attori italiani di primo piano ("Le parole per dirlo", Gemma Edizioni). Il mio blog navarca.blog raccoglie racconti, articoli e recensioni, ed è seguito da migliaia di persone.
    Negli ultimi anni ho dedicato sempre più tempo alla novellizzazione di sceneggiature "perdute" create per Star Trek da grandi autori della fantascienza (Sheckley, P.J.Farmer, Van Vogt, Spinrad...) nella rubrica “Lost Trek”, curata da Marcello Rossi (che da tempo recupera le storie dimenticate della Flotta Stellare), pubblicata sulla rivista INSIDE STAR TREK e presto in volume.
    Ho scritto un romanzo, "Il riflesso imperfetto"(ne svelo qui il titolo per la prima volta), che rappresenta il punto di convergenza tra ciò che scrivo, ciò che sono, e ciò che temo e spero del futuro. È una distopia con un’anima malinconica e grottesca, sospesa tra il thriller politico, la fiaba adulta e l’assurdo. È attualmente in attesa di essere valutato da un editore.
    C’è una verità che vale per tutte le opere narrative: un romanzo esiste solo se ha dei lettori. I personaggi di una storia non esistono davvero se nessuno del mondo reale può incontrarli, sorridere con loro, innamorarsene.
Se la “non esistenza” fosse una forma d’arte, "Il riflesso imperfetto" sarebbe oggi (spero temporaneamente) in quella scena invisibile. Per chi sta da questa parte non vi è ancora modo di sapere se il romanzo diverrà un libro, iniziando a esistere, a far respirare i personaggi.